venerdì 20 marzo 2015

Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo

Con molta presunzione, ma un minimo di fondatezza posso dire di essere un conoscitore del mio territorio, della mia regione, della mia provincia e dei miei colli, se non altro ci studio, ci leggo mi documento.  Sono da sempre un sostenitore del nostro terroir e di conseguenza pignoletto, e spesso mi trovo a discutere di questo vino. La cosa è molto più semplice se a suo supporto delle tue parole  ti capita un pignoletto del genere. Difatti la bottiglia di quest’oggi è il Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo.
Gradizzolo è a Monteveglio, nella zona di maggior vocazione, in mezzo a boschi e vigneti, su terreni argillo calancuosi. La vigna che da origine a questo vino è del 1933 ed è quella piantata dal nonno di Antonio Ognibene, oggi titolare di Gradizzolo. Due sole tornature allevate a Guyot e con assoluto rispetto della natura. Banditi composti chimici, solamente rame e zolfo e i preparati biodinamici, 500 per il terreno, 501 per la vigna  e il sovescio, spesso fatto con favino e pisello. Vendemmia attenta e manuale, pressatura e vinificazione in bianco ed in acciaio. Un anno dopo passa in bottiglia, chiarificato solamente con travasi, qualche mese ed esce in commercio.
La bottiglia è la champagnotta con una bellissima etichetta semplice, chiara ed elegante che denota l’attenzione per un vino sopra la media.
Appena versato si evince un bellissimo colore giallo paglierino, quasi dorato, pieno di luce e luminosità. Il naso è suadente, evoluto, note dolci di frutta matura, frutta esotica, mango, ananas e papaya, qualcosa di nostrano di media grtandezza e soda, tipo la susina gialla e un po’ d’agrume con un fragrante cedro, poi nello scaldarsi i profumi hanno una sferzata verso un fresco vegetale. Note armoniose di macchia mediterranea un mix di salvia timo e maggiorana che s'intreccia alla begoniae ginestra. In bocca entra preciso, lineare e dinamico, succoso e preciso. Il Bersot come dicevamo è un 2012, quindi già con 2 anni di affinamento in bottiglia, affinamento che lo ha ammorbidito, difatti ora è in equilibrio pressoché perfetto. L’ancora grande acidità è mitigata da un corpo di livello ed ad un accenno tannico che asciuga la beva. Bevuta lunga e persistente, sicuramente interessante e gradevole, giocata su un’eleganza e finezza che pone questo pignoletto come uno dei riferimenti della tipologia. Durante la lunga persistenza si apprezza una striscia di sapore sapida di netto ed affascinante matrice minerale.
Consiglio di degustare il Bersot ad una temperatura di 14-16°, ed in calici di media grandezza a forma di tulipano.
Come abbinamento è perfetto con la tipica cucina emiliana e bolognese. Tortellini e passatelli chiaramente in brodo, ma anche la classicissima zuppa imperiale. Buona l’idea anche con primi piatti a base di verdure come asparagi o di pesce, in ques’ultimo caso mi indirizzerei verso pesci bianchi e cotture leggere.
Io l’ho abbinato ad un branzino al sale, abbinamento interessante in quanto il corpo del vino si sposava egregiamente con le carno sode e non intrinseche di sapore del pesce.

Consiglio di degustarlo nei classici pranzi domenicali in famiglia, dove chiacchere e allegria non mancano mai, ma dove anche la cucina un po’ più elaborata e grassa si addice meglio all’importanza di questo vino. L’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o più con la persona amata, la conquisterete, o terrete legata a voi, con suadente eleganza e raffinata classe. 

mercoledì 11 marzo 2015

Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino,

Verso la fine di un periodo critico e buio che mi ha tenuto un po’ lontano da questo blog mi
i è venuta voglia di infrangere la mia personale austerity enogastronomica, concedendomi una bella boccia da bere. Ovviamente nel frattempo ho degustato assaggiato e commentato, ma una bevuta per il piacere di farla non me la ero concessa. Cosa sceglie un enostrippato per il neo battesimo?
Niente di più semplice che un Verdicchio base. Semplice si, ma troppo, se andiamo, come ho fatto io, a scegliere una bottiglia di Lucio Canestrari, fautore sovversivo della Fattoria Coroncino. La bottiglia in questione è Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino, recuperata in un divertentissimo quanto freddo pomeriggio di fine agosto 2014 in compagnia dell’amico Andrea Marchetti di Intravino.
Coroncino e Lucio non hanno certo bisogno di questo blog per far parlare di se, per cuoi mi  soffermo solo sul fatto di come un un romano, trapiantato nello jesino abbia talmente creduto nell’autoctinicità del verdicchio da diventare un cavallo da tiro di un movimento, coniando al tempo stesso la sua famosa massima: “Ndo arivo metto ‘n segno”. Che non è una frase megalomane ma va intesa “io arrivo dove arrivo…”.
Il territorio è Staffolo, primo cocuzzolo degli appennini sopra Jesi che domina l’Adriatico , terra vocatissima per dar luce a dei signori verdicchi coltivato nel rispetto più assoluto dell’equilibrio uomo terra.
La bottiglia è la classicissima bordolese sormontata da un’etichetta multicolor di stile futurista   con il logo aziendale rosso e un alternarsi di grappoli d’uva bianca e nera  a fasciare.
Appena versato mostra un colore giallo paglierino pieno e carico con riflessi leggermente dorati, basta accostare il naso per essere invasi da profumi freschi ed estivi. Note di ginestra, biancospino ed un po’ di finocchietto immediate lasciano il posto al frutto con l’aumentare della temperatura pesca col pelo, susina ananas per chiudere con la vena quasi gessosa del minerale con scia di rosmarino in fiore.
In bocca entra dritto e preciso, franco, quasi crudo, con un sensazione tutto sommato morbida, probabilmente dovuta all’annata calda che ha tolto un poco di acidità ma portando il vino in un empirico equilibrio tra l’acidità, per l’appunto, e la grande sapidità ovviamente lasciata dalla vicinanza dell’Adriatico. Questa sapidità risalta ancor di più nel lungo finale persistente, dove c’è un ritorno del frutto, stavolta secco che mi riconduce alla nocciola e alla mandorla. Corpo e struttura di tutto rispetto sostengono a meraviglia la parte consistente d’alcool (14%) che contribuisce così anch’essa a tenere in equilibrio il vino. La cosa che mi piace di più di questo vino è la sua schiettezza, il suo essere senza fronzoli e senza “pippe” come diciamo qua a Bologna. Accosti il naso ed immediatamente sei catapultato in piena estate, tra sole e mare, infradito e tanga. Sorseggi il calice e la mente va fluttuando in positività, come solo i piaceri sanno dare. Calice non impegnativo ma assolutamente mai banale e che sorso dopo sorso e non lascia spazio ai compromessi. Ndo arivo metto ‘n segno.
Consiglio di degustare questo Coroncino 2012 in calici a tulipano di media grandezza, ad una temperatura si fresca, ma non fredda.
Come abbinamento c’è solo l’imbarazzo della scelta, se ci concediamo un intero pasto a base di pesce, questo calice può essere tranquillamente un perfetto compagno dall’inizio alla fine. Io sinceramente avevo voglia di bere bene, non avevo voglia di trafficare ai fornelli per cui c’ho abbinato a dei semplici bastoncini di merluzzo al forno, abbinamento che oscilla tra il sacro 8del vino) ed il profano (dei bastoncini) passando dal Diavolo (sempre dei bastoncini) all’acqua santa, (sempre del vino).
Sul calice del giorno dopo non posso scendere in tecnicismi, non me ne è rimasto!

Vino perfetto per essere consumato nel pranzo domenicale in famiglia, ricordando che l’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o due con la, le persone amate!

venerdì 23 gennaio 2015

GS 2011 Ravenna Sangiovese IGT Costa Archi


Sono cresciuto enologicamente parlando con qualche convinzione radical popolare, tra queste che il vino buono si fa dalla collina in su e in zona vocata son esposizione a sud. Poi imbocchi la via Emilia da Castel San Pietro dove abito, direzione mare, pochi chilometri dopo Imola passata una serie pericolosa di autovelox arrivi nel primo ravennate alle porte di Castel Bolognese, sali un altro paio di chilometri dalla via Emilia e trovi Costa Archi. Piccola azienda che in quasi pianura e fuori dalla storicità del sangiovese tipico sforni due autentici fuoriclasse l’Assiolo, sangiovese d’ingresso e la nuovissima riserva GS. Basta parlare con il titolare Gabriele Succi per avere una risposta. Gabriele ti spiega tra un assaggio e l’altro, che è realmente fuori dai cru romagnoli, ma il vino nella sua zona lo si è sempre fatto d'altronde è la sottozona Serra, ma più che venderlo lo si beveva. Questa considerazione mette da sola il buon umore, ma non spiega in assoluto il motivo di tanta bontà se non aggiungiamo l’estrema bravura di Gabriele che coi grappoli ci sa fare davvero.
Per la recensione di quest’oggi tra le perle di Gabriele ho scelto il GS 2011 Ravenna IGT Sangiovese, vino frutto in una singola vigna alla prima uscita in assoluto.
L’etichetta è un esempio di eleganza e finezza, unisce lo stile vintage all’eleganza della pulizia. Caratteri nitidi e ricercati su un pregevole fondo beige anticato.
Alla mescita il colore è un rosso rubino luminoso con nitidi riflessi granati, accostando il naso si è invasi da un profumo tanto evoluto quanto suadente, sentori morbidi di terziario in equilibrio ma in maniera dinamica, cuoio e cacao, poi un paio di roteazioni del calice, non di più, e viene fuori prepotentemente il frutto, ribes, prugna e arancia sanguinella con tanto di foglie frutta al pieno della vigoria soda e croccante e sul finire torna le spezie, tabacco cannella e noce moscata a completare il bouquet dove non manca anche un accenno di calore.
Passando all’assaggio il GS entra in bocca con grande intensità, succoso al limite del carnale, riempie il cavo orale in ampiezza, tannino ancora esuberante e invasivo, ma di grande fattura con una fitta tessitura che non mostra ne spigolature ne sfaccettature, ottima la freschezza che dona sprint alla beva oltre che a garantire grande longevità.
Praticamente infinito nella persistenza dove si gode nel retro gustativo della croccantezza del frutto sempre con l’imperiale agrume e della intrigante sapidità di tratto minerale.
In poche parole un grande, grandissimo vino che regala una goduriosa e appagante bevuta, appena frenata dalla gioventù, ma che bevuto adesso non lascia pensare a quei termini infausti che spesso si leggono che rimandano agli infanticidi. Questo principalmente per due motivi, il primo perché infanticidio è una cosa seria e non riconducibile ad vino, secondo perché già in questa fase questo straordinario GS 2011 regala grandi emozioni, calice dopo calice. L’unico difetto è che in men che non si dica ti trovi la bottiglia vuota.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano, con una discreta apertura superiore, ed ad una temperatura di 18 - 20°. Come abbinamento il GS è perfetto con tutti i piatti ricchi della tradizione romagnola a base di carne, tagliate arrosti e grigliate, ma anche con primi piatti ricchi, tagliatelle al ragù o con cacciagione. Io l’ho abbinato al “castrato” taglio di pecora tipico del mio essere castellano. Abbinamento pressoché perfetto, l’a fibrosità della carne si sposa a meraviglia con quella del vino e la sua “piccantezza” ben si addice alla leggera vena selvatica del castrato romagnolo di terra emiliana.
Per finire, quando bere questo vino? ovviamente essendo un vino importante va abbinato ad una cena importante, sia lavorativa che familiare, senza dimenticare gli amici, altrimenti saranno guai.

Ma se avete una compagna appassionata del buon bere, non mancate di stapparne una bottiglia assieme perché non c’è abbinamento migliore che condividerne un calice o più con la persona amata. 

lunedì 12 gennaio 2015

Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo

Che il sangiovese sia un grande vitigno ormai è cosa nota, che il sangiovese anche in  Romagna dia ottimi vini ormai sta diventando cosa nota. Questa mia convinzione negli ultimi mesi ha avuto una conferma ed una spinta, difatti gli ultimi tempi diversi debutti hanno fatto il botto.
Tra questi anche il Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo di Brisighella.
Questo sangiovese cresce per mano di Filippo Manetti, grande conoscitore del tuo territorio e grande conoscitore di agronomia, che con assoluta maestria amministra le sue vigne e la sua cantina. Uso il termine amministra, perché il tutto è condotto in perfetto equilibrio, senza l’ausilio dei prodotti di sintesi o di altre alchimie moderne. Anche in cantina l’attenzione è altissima, la cura maniacale. I terreni sono posti nelle vicinanze di Brisighella, in una minuscola borgata all'interno di una vallata che riempie gli occhi ed il cuore. Qua Filippo ha scelto di vivere con il figlio e la compagna anche se la comodità e la scuola inducono a passare l’inverno nella vicina Faenza. Conoscevo già Filippo e i suoi vini, ammetto che prediligevo i suoi bianchi leggermente macerati, di carattere e personalità, tra i rossi mi indirizzavo sul Fieni blend di romagnolosità, così quando l’amico Marco Panichi a tradimento mi sottoponeva un calice di questo Oudeis alla cieca ho avuto un sussulto a seguito della bontà. .
La bottiglia è la classica bordolese scura, l’etichetta in stile retrò riporta tutte le informazioni sul davanti, come a mostrare le mani in segno di trasparenza.
Alla mescita il vino risulta limpido e luminoso nel suo rosso rubino leggermente scarico e quasi granato. Accostando al naso il calice ho subito la sensazione di eleganza, finezza e pulizia. Profumi di estrema pulizia, con un sottobosco invitante, maturo ma non passato, terziario leggero di spezie da chiodo di garofano, cannella, cioccolato fondente e un po’ di tabacco, chiudendo con una vena mentolata quasi balsamica. Passando all'assaggio la prima cosa che mi colpisce, è la sua sottigliezza che lo rende particolarmente fine ed elegante rimando in perfetta coerenza col naso.
Intensa la sorsata che evidenzia una trama tannica abbastanza fitta ma molto vellutata e senza spigolature che permette al vino di girare in bocca che è un piacere, supportato anche da una freschezza intensa che donerà una discreta longevità e rende piacevole la beva. Corpo come dicevo non troppo pronunciato, quasi snello, ma non leggero, alcool nella media con i suoi 13.5°, ma integrati a meraviglia. Estremamente lungo di persistenza dove si viene invasi da un retro gustativo croccante nel frutto e chiaramente speziato, il tutto impreziosito da una striscia sapida minerale. In poche parole un ottimo vino, o meglio, un grande vino che esce dal solito format del sangiovese di Romagna, quindi non più estrazione di frutto, irruenza e rusticità tannica, ma uno stile più elegante, più fine come se il sangiovese avesse messo l’abito da sera per passare dal palcoscenico di una sagra a quello di un teatro.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano ed ad una temperatura ambiente di 18°. Come abbinamento è indicato con piatti importanti a base di carne, primi piatti meglio se al mattarello e con ragù di carne, anche selvaggina. Con le portate successive è indicato con arrosti e soprattutto carni alla griglia. Perfetto anche con formaggi di buona stagionatura, parmigiano 36 mesi, il Du Mut ed un buon ragusano.

Io l’ho abbinato ad un piatto di casarecci trafilati al bronzo con ragù al coltello di capriolo, abbinamento che mi ha entusiasmato per l'effetto appagante dell'insieme, il corpo del ragù non veniva sovra a
vanzato da quello del vino, che con il tannino elegantemente asciugava la bocca impreziosendola di sensazioni speziate e la preparava per il boccone successivo.
Perfetto da degustarsi in un'importante cena, anche a lume di candela, e per conquistare il partner con la potenza elegante e mai invasiva, perchè non c'è abbinamento migliore che condividerne un calice con la persona amata.
    

martedì 23 dicembre 2014

Migliori assaggi 2014

Ed eccoci a fine anno.
Normalmente la fine dell’anno vuol anche dire tempo di bilanci, il momento in cui ci si guarda indietro, si tira una bella riga e si fa un sunto.
Il mio, essendo un blog vinicolo corrisponde con i miei migliori assaggi del 2014, quelli più meritevoli e che mi porterò dietro.
Sicuramente avevo in testa una classifica diversa, neanche tanto leggermente diversa, ma rileggendo la mia Moleskine a ritroso e guardando le mie valutazioni, qualche sorpresa e qualche sobbalzo c’è stato.
Al 10° posto il Milleunanotte 2006 di Donna Fugata, forse di stile vintage, ma averne di bottiglie di questo genere, appagante nella sua frutta matura e sotto spirito, morbido e vellutato di tannino, corpo e struttura importante bella beva.
Al 9° la Riserva dell’Abate 2007 di Abate Nero, un Trento Doc con 60 mesi sui lieviti. Bel vino centrale e verticale, forte acidità al limite del tagliente. Minerale e sapido con un elegante e ben fatto perlage.
All’8° posto il Macchiona 2005 de La Stoppa, naso e bocca in ottimo equilibrio, eleganti, fragranti e croccanti, quasi succosi. Note di frutta nera e rossa matura, mix di spezie con note vinose e un po’ di residuo zuccherino. Morbido e fresco, tannino vellutato di bella fattura, ottima bevibile.
 7° posto il Turriga 1997 di Argiolas, 17 anni sulle spalle e non sentirli, struttura e corpo di assoluto livello, intrigante trama tannica di vellutata fattura, fresco e sapido di beva appagante.
Al  6° posto la Grande Annèe 2004 di Bollinger con naso da bouquet elegante magistrale morbidezza ed in perfetto equilibrio
Al 5° posto il Pignol 2001 di Bressan, fine ed elegante al naso, sottile ma intenso e persistente in bocca, trama tannica affascinante e vellutata che non intacca la vena acida. Affiancare alla idea dell’uomo Rude la finezza di questo Pignol mi ha aperto ad altre considerazioni ma soprattutto ad una certezza: riberrò questa 2001.
4° posto per la Barbera 2010 de Il Monticino di Zola Predosa, raro esempio di eccellenza dei bistrattati colli bolognesi. Fine, elegante, naso di assoluto richiamo e importante, frutto rosso croccante e netto spezie ad impreziosire, bocca anch’essa elegante e snella ma ben composta, acidità e tannino ben mitigati da un sapiente uso del legno.
Ed eccoci al podio, 2° gradino per il Però Vigne Vecchie di Isola dei Nuraghi S.A. Panevino grandissima bevuta di un vino tutt’altro che facile. Naso importante ed evoluto, sia molto intenso che con un vigoroso tannico, chiude netto ed asciutto mostrando un grande carattere.
2° posto per il nuovo GS 2012 Romagna sangiovese di Costa Archi, azienda quasi della piana Romagnola al confine col bolognese che realizza un vino di rara bellezza, naso evoluto frutta viva e croccante, qualche petalo di rosa e viole, e spezie quasi orientali, tabacco, cioccolato e tostatura da caffè. In bocca invece è centrato nel retro gustativo, pieno e ricco, intenso e persistente, si allarga che è una meraviglia e tutto sommato abbastanza facile da bere.


Lo scettro del miglior assaggio lo riservo alla Grande Cuvée di Krug, ebbene si, un vino d’ingresso aziendale, ma che ingresso, al limite dell’erotico, naso stratosferico ricorda la primavera il primo tepore dopo mesi di freddo, assoluto equilibrio empirico, perlage setoso e vellutato, nessuna sbavatura, neppure cercandola con il lumino, impossibile appoggiare il calice, rasenta i cento centesimi. Assaggiato ben 2 volte, ed entrambe le volte ho avuto le stesse identiche impressioni.
Dimenticavo, quest'anno ho passato di poco i 1300 assaggi...

lunedì 15 dicembre 2014

Rosè Brut 2011 Lambrusco di Sorbara DOC Metodo Classico di Quinto Passo

E’ indubbio, il lambrusco sta vivendo un periodo d’oro.
E’ indubbio, il lambrusco è di moda.
E’ Indubbio, le bollicine stanno vivendo un periodo d’oro e di gran moda.
A questo uniamo una schiera di aziende di Lambrusco che stanno tornando a lavorare bene, aziende sia nuove che di storiche. Tra queste sicuramente c’è Cleto Chiarli, che da ormai più di un secolo e mezzo, 154 anni per la precisione, produce signori lambruschi che in più circostanze hanno lasciato il segno. Praticamente l'azienda è nata un anno prima dell'unità d'Italia.
La nuova vita del lambrusco ha messo le fondamenta su due metodi di lavorazione in particolare, l’ancestrale o rifermentazione in bottiglia e il Metodo Classico, e come territorio ha trovato nel  filone sabbioso di Sorbara l’acidità giusta per supportare quest’ultima metodologia.
Probabilmente Chiarli è l’azienda più storica operante nella provincia di Modena, e nonostante sia ubicata a Castelvetro produce lambrusco anche con la DOC Sorbara. Il vino che degustiamo quest’oggi è il Rosè Brut 2011 Lambrusco di Sorbara Spumante DOC Metodo Classico di Quinto Passo, marchio di Chiarli. Quinto perché cinque è il numero delle generazioni che si sono susseguite, cinque è il numero dei cugini che la governeranno e cinque è il numero degli artefici di questo nuovo passo. Tra l’altro 5 sono anche i passi fatti dall’inizio ad oggi, difatti si è partiti nel 1860 con il metodo ancestrale, fine anni ‘50 arrivano le primi autoclavi del metodo Martinotti, negli anni ’90 l’intuizione del marchio Cleto Chiarli, infine il metodo classico per arrivare a l’ultimo passo, il quinto per l’appunto.
Già il packaging della confezione fa parlare di se, una scatola bellissima con 4 sole bottiglie e per giunta incellofanate singolarmente. La bottiglia è altrettanto bella nel suo vetro completamente trasparente a rendere giustizia al colore del vino, l’etichetta è di assoluta eleganza in stile vintage e dona importanza.
Il Rosè Brut è un Sorbara in purezza  e la bottiglia che assaggio è della vendemmia 2011 con sboccatura di Giugno 2014, quindi con almeno 24 mesi di sosta sui lieviti.
Alla mescita il colore è un rosa antico, buccia di cipolla, luminoso e brillante, il perlage è fine, numeroso e pressoché continuo. Portando al naso il calice si viene invasi da un pout pourri di profumi sia intensi che persistenti e soprattutto eleganti. Su tutto note di crosta di pane integrale, croissant salato, piccoli frutti di bosco , di marasca e tanta fragolina. In bocca entra deciso, autoritario a tratti tagliente con una muscolarità che sottolinea l’assoluto carattere. Mostra un corpo tutto sommato snello ma molto scattante, fresco e molto acido, spostato con eleganza sulle componenti dure che comunque non ostacolano la beva. Lungo, quasi lunghissimo di persistenza dove si apprezza una sapidità minerale intrigante e ben armonizzata. Chiude a scemare sul frutto lasciando una nota assolutamente elegante e leggermente amarognola che richiama il sorso successivo.
Consiglio di degustarlo freddo, 8°/9° ed in calici modello Metodo Classico a tutt’al più a forma di tulipano di medie dimensioni, in modo da armonizzare al meglio i profumi e non ostacolare il lavoro del suadente perlage.
Come abbinamento è perfetto con salumi affettati da aperitivo, provatelo con qualche fetta di culatello e ne trarrete godimento. Bene anche per iniziare il pasto con primi piatti leggeri a base di verdure. Perfetto anche con pesci importanti sia cotti che crudi, gamberi rossi di Marzara, astice ed aragosta, tonno e ricciole. Io l’ho abbinato ad una tartare di tonno ed un hamburger di gamberi con un pizzico di gorgonzola, abbinamento a tratti entusiasmante che valorizzava e supportava a meraviglia la particolarità della carne giocando sull’intreccio gustativo che si creava nell’intreccio dei sapori.
Perfetto anche da degustarsi da solo per regalare e regalarsi un piccolo piacere della vita.

Il Rosè Bruti di Quinto Passo è ideale per una romantica cena a due sia per festeggiare un appuntamento che per iniziare un nuovo percorso assieme, perché non c’è abbinamento  migliore che quello di condividere un calice o più con la persona amata.

lunedì 24 novembre 2014

Sophia 2013 Campania Campania IGP Cantina Giardino

Mi piacciono le sfide e mi piacciono le cose difficili. Il vino di cui parlerò oggi appartiene proprio a questa fascia, difatti degusteremo il Sophia 2013 di Cantina Giardino.
Vino difficile, impegnativo ma proprio per questo affasciante, Giardino fa parte di quel mondo di vini “culturali” viticultura al limite dell’eroico con vigneti vecchi protetti solo da rame e zolfo ed anche in cantina assolutamente nessuna chimica. In questo anche la vinificazione è spinta al limite dell’estremo, una sorta di ritorno alle origini, fiano con
6 mesi di macerazione dalle bucce con tanto di graspi in anfore di terracotta, fermentazione eseguita dai soli lieviti indigeni,  altri 6 mesi di affinamento in bottiglia prima di uscire sul mercato.
Nasce così un vino, particolare, insolito, che vive in equilibrio sulla linea del difetto senza però oltrepassarla, capace però di emozionare, di trasmettere carattere e terroir nel suo essere vibrante e pieno.
La zona è Ariano Irpino, sinceramente non la conosco, non l’ho mai visitata, ma dopo aver assaggiato questo vino me l’aspetto zona dura selvaggia, arida e calda d’estate, fredda d’inverno.
Ma andiamo con ordine, la bottiglia è la classica bordolese con una bellissima etichetta con raffigurato un disegno astratto di assoluto valore.
Alla mescita il colore è un giallo dorato carico, pieno e velato a ricordarci sia la macerazione che il fatto di essere un vino in pieno sviluppo. Il naso è subito un po’ celato da un po’ di volatile, che con qualche roteazione del calice ed un po’ di tempo si pulisce regalandoci sensazioni complesse ed evolute, attacco vinoso poi frutta a pasta gialla sia soda che matura, pesca, mango e susina su tutto, poi via al intrigante terziario con accenni salviati, qualche nota di maggiorana e timo, alloro per chiudere con una sterzata mentolata e da agrume.
In bocca risulta molto intenso e molto persistente, sicuramente secco di zuccheri, molto fresco e con una bella dose di tannini vigorosi e un po’ ruvidi. Corpo e struttura interessanti e appropriati alla tipologia, ma la cosa che più colpisce è l’assoluta facilità di beva e l’incapacità di riuscire ad appoggiare il calice, questo fiano invoglia alla beva con schiettezza forte di quest’intrigante mix complessivo.
In poche parole questo Sophia 2013 di Giardino, non sarà un vino perfettino, con tutte le sue cose al suo posto, ma un vino di carattere, vibrante a tratti crudo al limite della durezza, capace di comunicare un territorio come pochi in Italia. Se lo paragoniamo ad una donna, non sarà una velina od una modella, ma una di quelle donne mediterranee piene di curve e di fascino che non smetteresti mai di volere al tuo fianco.
Consiglio di degustare il Sophia in ampi calici a tulipano ad una temperatura di circa 14, 15°.
Come abbinamento un vino di tal carattere necessita piatti di altrettanto carattere, per cui trarrete godimento con un bel baccalà sia al forno che mantecato ad accompagnare una polentina, perfetto anche con petto d’anatra al forno, polli ruspanti al forno con patate e peperoni. Per i palati più esigenti lo proverei con l’anguilla arrostita o un bell’umido di rane anche in salsa rossa oppure con le quaglie.
Io l’ho abbinato ad una bella faraona al forno con le patate arrosto, abbinamento riuscito in quanto la freschezza ed il corpo non eccessivo del vino supportavano bene la carne un po’ stopposa del volatile.
Regge bene anche il calice del giorno dopo, forse perfezionandosi ancor di più con l’ossigenazione maggiore dell’apertura anticipate, questa volta abbinato ad una tagliata di petto di pollo.

Il Sophia è perfetto da degustarsi a cena con gli amici appassionati di vino e capaci di ricercare un perché nel calice, mentre l’abbinamento migliore rimane sempre quello di condividerne un calice o due con la o le persone amate.