lunedì 24 novembre 2014

Sophia 2013 Campania Campania IGP Cantina Giardino

Mi piacciono le sfide e mi piacciono le cose difficili. Il vino di cui parlerò oggi appartiene proprio a questa fascia, difatti degusteremo il Sophia 2013 di Cantina Giardino.
Vino difficile, impegnativo ma proprio per questo affasciante, Giardino fa parte di quel mondo di vini “culturali” viticultura al limite dell’eroico con vigneti vecchi protetti solo da rame e zolfo ed anche in cantina assolutamente nessuna chimica. In questo anche la vinificazione è spinta al limite dell’estremo, una sorta di ritorno alle origini, fiano con
6 mesi di macerazione dalle bucce con tanto di graspi in anfore di terracotta, fermentazione eseguita dai soli lieviti indigeni,  altri 6 mesi di affinamento in bottiglia prima di uscire sul mercato.
Nasce così un vino, particolare, insolito, che vive in equilibrio sulla linea del difetto senza però oltrepassarla, capace però di emozionare, di trasmettere carattere e terroir nel suo essere vibrante e pieno.
La zona è Ariano Irpino, sinceramente non la conosco, non l’ho mai visitata, ma dopo aver assaggiato questo vino me l’aspetto zona dura selvaggia, arida e calda d’estate, fredda d’inverno.
Ma andiamo con ordine, la bottiglia è la classica bordolese con una bellissima etichetta con raffigurato un disegno astratto di assoluto valore.
Alla mescita il colore è un giallo dorato carico, pieno e velato a ricordarci sia la macerazione che il fatto di essere un vino in pieno sviluppo. Il naso è subito un po’ celato da un po’ di volatile, che con qualche roteazione del calice ed un po’ di tempo si pulisce regalandoci sensazioni complesse ed evolute, attacco vinoso poi frutta a pasta gialla sia soda che matura, pesca, mango e susina su tutto, poi via al intrigante terziario con accenni salviati, qualche nota di maggiorana e timo, alloro per chiudere con una sterzata mentolata e da agrume.
In bocca risulta molto intenso e molto persistente, sicuramente secco di zuccheri, molto fresco e con una bella dose di tannini vigorosi e un po’ ruvidi. Corpo e struttura interessanti e appropriati alla tipologia, ma la cosa che più colpisce è l’assoluta facilità di beva e l’incapacità di riuscire ad appoggiare il calice, questo fiano invoglia alla beva con schiettezza forte di quest’intrigante mix complessivo.
In poche parole questo Sophia 2013 di Giardino, non sarà un vino perfettino, con tutte le sue cose al suo posto, ma un vino di carattere, vibrante a tratti crudo al limite della durezza, capace di comunicare un territorio come pochi in Italia. Se lo paragoniamo ad una donna, non sarà una velina od una modella, ma una di quelle donne mediterranee piene di curve e di fascino che non smetteresti mai di volere al tuo fianco.
Consiglio di degustare il Sophia in ampi calici a tulipano ad una temperatura di circa 14, 15°.
Come abbinamento un vino di tal carattere necessita piatti di altrettanto carattere, per cui trarrete godimento con un bel baccalà sia al forno che mantecato ad accompagnare una polentina, perfetto anche con petto d’anatra al forno, polli ruspanti al forno con patate e peperoni. Per i palati più esigenti lo proverei con l’anguilla arrostita o un bell’umido di rane anche in salsa rossa oppure con le quaglie.
Io l’ho abbinato ad una bella faraona al forno con le patate arrosto, abbinamento riuscito in quanto la freschezza ed il corpo non eccessivo del vino supportavano bene la carne un po’ stopposa del volatile.
Regge bene anche il calice del giorno dopo, forse perfezionandosi ancor di più con l’ossigenazione maggiore dell’apertura anticipate, questa volta abbinato ad una tagliata di petto di pollo.

Il Sophia è perfetto da degustarsi a cena con gli amici appassionati di vino e capaci di ricercare un perché nel calice, mentre l’abbinamento migliore rimane sempre quello di condividerne un calice o due con la o le persone amate.

giovedì 6 novembre 2014

Trebbiano d'Abruzzo 2010 Emidio Pepe

Era un po che non pubblicavo su questo blog, ma come detto nelle "informazioni Personali", voglio parlare solamente di vini buoni che mi siano piaciuti veramente. Purtroppo gli ultimi assaggi non sono stato molto fortunato e molti li ho reputati non meritevoli. Poi un pomeriggio mentre sistemavo cantina, spunta una boccia di Emidio Pepe con il suo Trebbiano d'Abruzzo doc 2010. Portarlo in casa, raffrescarlo pochissimo e metterlo sulla tavola, pardon penisola, è stato un tuttuno.
E finalmente mi sono trovato col mio blocco in mano.
Ma andiamo per ordine. Pepe non ha certo bisogno di presentazioni, una realtà ormai consolidata da anni, una attenzione spasmodica per ogni operazione, che sia di vigna, che di cantina che tantomeno di affinamento.
Uno dei pochissimi produttori che diraspa a  mano e mosta coi piedi, reputandolo lunico metodo che trasmette vitalità al vino, maturazione in cemento, affinamento in bottiglia e, nel caso del rosso, decantazione e rittappatura prima dellimmissione in vendita. Nel nostro Trebbiano dopo laffinamento passa direttamente in vendita.  Zero chimica, zero additivi, zero prodotti di sintesi, sia in vigna che in cantina, una agricoltura biodinamica scelta non per moda ma ormai di lunga data e portata avanti sia da Emidio che dalla figlia Sofia. Viene considerata solamente un poco di solforosa nelle annate bisognose, un uso comunque  che ricorda quello del pepe in cucina, un non nulla per garantire il risultato finale anche a parecchi anni di distanza. Solforosa che però si limita a pochissime decine di milligrammi litro.
Il Trebbiano 2010 ha la bottiglia borgognotta, sormontata dalla loro classica etichetta  in stile vintage con scritte in blu su fondo avorio e verde; simpatica lidea di mettere il numero della bottiglia direttamente sul collarino della bottiglia.
Alla mescita il colore è un limpidissimo e luminoso giallo paglierino con evidenti riflessi verdolini, e questo a ben 4 anni dalla vendemmia. Al naso si rivela particolarmente intenso e persistente, un bouquet elegante ed invitante di sensazioni che spaziano dalla frutta a pasta gialla in fase di maturazione a note di fori di begonia e ginestra che si chiude con un mentolato e salviato di pregevole fattura.
In bocca invece entra dritto e deciso, dinamico, pulsa e vibra di carattere, di decisone, risultando mai banale sorso dopo sorso, ed è veramente difficile fermarsi appoggiando il calice al tavolo. Questo è la prima cosa che penso e noto, poi più tecnicamente posso dire che è un vino sicuramente secco di zuccheri, abbastanza caldo, ottima freschezza che contrastata da uninaspettata morbidezza complessiva che me lo pone in un equilibrio che non pensavo, nonostante una punta avvertibile di tannino. Intenso e persistente , con un corpo di assoluto livello al limite delle sinuosità che ben si nasconde nella semplice ma i banale bevibilità. Soprattutto elegante e lungo di persistenza dove le sensazioni morbide si intrecciano con la folgorante sapidità che ci ricorda che lAdriatico non è poi lontano.
Consiglio di berlo con in un bel calice a tulipano di media grandezza ed ad una temperatura di 12°-14° in modo da armonizzarlo appieno linteressante gioco tra lacidità e i profumi.
Il Trebbiano di Pepe ben si addice a preparazioni a base di pesce, sia di antipasti che di secondi piatti, ovviamente senza dimenticare le paste. Supporta egregiamente anche preparazioni particolari come anguille e capitoni, rane sia fritte che in umido, ma il meglio lo da con il baccalà.
Io lho abbinato ad una battuta di ricciola damo, abbinamento interessante che giocava sulla struttura della battuta e sulla morbidezza del vino, con la forte acidità che ripuliva a meraviglia luntuosità dellolio extravergine doliva. Regge molto bene il calice del giorno dopo, senza accusare segni di decadimento, anzi quasi elevandosi in complessità, questa volta labbinamento ha riguardato un petto danatra al forno, ed anche questa volta labbinamento è stato interessante per larmonia che si era venuta a creare tra il vino e lanatra.
Consiglio di degustare questo trebbiano con persone appassionate e curiose di vini, ma anche nella cena del sabato sera  con il proprio partner perché non cè niente di più bello che condividere un calice con la persona amata.

venerdì 19 settembre 2014

"16" Anime Vigne dei Boschi Ravenna Bianco IGT

Qualche tempo fa, ho partecipato ad una serata fantastica organizzata da Marco Panichi un amico che ha la fortuna di lavorare nelle sue passioni, il vino e il cibo. La serata era una verticale di un signor vino, il 16 Anime di Vigne dei Boschi e si è svolta in uno dei migliori ristoranti di Bologna, il Cambio divinamente condotto dalla sapienza e maestria di Chef Massimiliano Poggi.
La verticale invece era incentrata come dicevamo sul riesling un vitigno né tipico ne autoctono, ne della Romagna, né dell’Appenino, tanto meno di Brisighella. Quella di Vigne dei Boschi è frutto di una selezione di cloni fatta quando ancora non c'era l’idea di riesling di Brisighella di Paolo, se non quella di preferenza verso le espressioni senza residuo zuccherino tipo austriache e Wachau in quanto più capaci di far leggere il territorio
La verticale organizzata da Panichi è stata molto esaustiva in quanto sono stati assaggiati tutti i millesimi prodotti.
Il 16 Anime è un riesling in purezza, della zona di Brisighella, terreno franco calcareo e marmoso della Vigna del Pozzo impiantato nel 1998 ed esce come Ravenna Bianco IGT. Fermenta in acciaio per quasi un mese, per poi passare in vasca, sempre d’acciaio per un altro anno, alcune volte anche due anni. Ricordo inoltre che l’azienda condotta in biodinamica è stata indirizzata sul biologico qualcosa come venti (non è un refuso, ndr) anni fa ed ora in completa “naturalità” sia in vigna che in cantina per produrre vini il più salubri possibile.
La verticale è stata condotta in prima persona da Paolo che ci ha raccontato l’andamento dell’annata e tecniche di vinificazione, che anno dopo anno cambiavano subendo gli aggiustamenti necessari soprattutto per crescita personale .
Siamo partiti, come anche io preferisco, dall’annata più vecchia per poi ringiovanirsi anno per anno.
Il primo assaggio è stato il 2004 che corrispondeva anche con la prima annata prodotta. E’ un 16 anime particolare, l’unico prodotto con l’uso del legno, il tonneau, che effettivamente ha portato ad avere dei terziari importanti, soprattutto spezie dolci e frutta matura. Evidenti anche alcune note terrose, mentre in bocca è esuberante e scattante, morbido e dal finale troncato da un importante residuo zuccherino.
Il 2005 è invece molto intenso con note leggermente saponate. Da questo millesimo Paola abbandona la barrique e il vino acquista snellezza che dona bevibilità, freschezza e sapidità.
Il 2006 non è stato prodotto, per la violenta grandinata di fine luglio che ha defogliato quasi tutte le piante. Passiamo quindi al 2007, dove si iniziano ad avvertire le note da tipiche dell’idrocarburo. Grande acidità e una lunghissima persistenza, figlio anche di una buona annata.
Il 2008 è sul podio dei miei assaggi, la vendemmia ritardata ha dato uve bellissime e perfette, nasce così un riesling con la R maiuscola, intenso e persistente nel suo attacco fruttato e minerale, in bocca è avvolgente e sprigiona ancor oggi una grandissima acidità.
Col 2009 si scende leggermente, è si fresco, ma più sfuggente, sapidità minerale accennata e freschezza  mitigata lo rendono più facile da bere pur mantenendo carattere.
Passando al 2010 si torna sul podio. Anche in questo caso la vendemmia tardiva, forse la più tarda degli ultimi anni. Naso fruttato e floreale molto intenso, non troppo persistente. In bocca è ampio, quasi grasso ma scorre che è un piacere con un finale spiralato di sensazioni sapide.
Il 2011 in piena fase giovanile evidenzia una iper freschezza accentuata da un naso agrumato quasi acerbo. In bocca è verticale, molto intenso seppur con un corpo ancor snello e scattante.
Sulla stessa lunghezza d’onda il 2012 che però risulta più pronto ed appagante tanto da risalire sul mio personale podio. Naso citrino da gioventù qualche accenno da idrocarburo lo tipicizzano. Beva assoluta, quasi tagliente e anche qua corpo snello ovviamente scattante. Anche questa annata è stata abbastanza calda, tanto da anticipare la vendemmia a metà settembre, per via del perfetto equilibrio acidico.
Insomma una grandissima verticale che mi ha permesso di farmi una bella ed interessante panoramica di un vino che ormai è nel mio limbo e nella mia cantina.

Dimenticavo, cosa non erano le cozze di Cattolica preparate da Max, le sogno ancor oggi!!!

giovedì 4 settembre 2014

Verdicchio classico superiore Colli di Jesi Doc Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini

La recente visita in quel di Staffolo (An) mi ha fatto prima conosce, poi portare a casa, questo Verdicchio classico superiore Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini. Non mi dilungherò sulle caratteristiche del terroir, inteso come zona terreno e clima, basta rileggere il post precedente (clicca qua), ma vorrei raccontare un po’ del Sig. Coloccini. Antonio è un’inossidabile agricoltore e viticultore di ben 84 anni, ed è ancora in campo ed in battaglia. Le vicissitudini della vita lo hanno portato alle soglie del nono decennio di vita intravedendo solamente una piccola e lontana fiammella nel futuro. Le tre figlie non hanno mai manifestato l’intenzione di proseguire in questo lavoro, così come neppure il primo nipote che insegue la laurea in economia. Antonio continua sperando, cuore di nonno, nella seconda nipote, appena iscritta a veterinaria. Sicuramente veterinaria non è enologia o agraria, ma sicuramente un minimo di attitudine con la natura c’è.
Nonostante tutto, Antonio da ben 15 anni ha scelto la strada del biologico, e da 11 ha la certificazione, intraprendendo questa strada per vera convinzione e non per seguire la moda nata in questi ultimi tempi.
Segue in prima persona le operazioni in vigna, coadiuvandosi di un paio di fidate persone vendemmiando a mano e usando solo rame e zolfo. Anche in cantina tutte le operazioni e le decisioni spettano a lui in prima persona. Il regime biologico che segue è abbastanza severo, sia in vigna che in cantina, pochissima chimica, zero filtrazioni, nasce così un vino il più corrispondente alla sua filosofia ed all’annata espressa dal terroir.
La bottiglia è la classica sempre bella brodolose sormontata da un’etichetta bianca e verde, sobria e tranquilla abbastanza attuale di impostazione che dà le informazioni necessarie.
Alla mescita si denota un bel giallo paglierino con riflessi verdolini, segno di gioventù, limpido e luminoso, quasi brillante. Accostando il naso al calice, si è invasi da un classico profumo da macchia mediterranea, un susseguirsi di note fruttate e floreali con qualche accenno vegetale. Intenso e molto persistente, impiega qualche attimo a dare il meglio di se. Qualche roteazione del calice mi regala una profumazione semplice, ma allo stesso tempo invitante ed elegante. Note di frutta a pasta gialla in fase di maturazione, susina e pesca nello specifico si intrecciano ad un biancospino e una più fugace ginestra. E’ comunque nella fase della macchia mediterranea che da il meglio di se, un po’ di mentuccia e un po’ di anice ci ricordano che siamo in prossimità dell’Adriatico.
In bocca è più intenso che persistente, mostra fin da subito un buon scatto acido, che sovrasta le sensazioni dolci dell’alcool e degli zuccheri rendendo la beva sicuramente verticale nonostante il corpo sia tutt’altro che esile. Nella fase finale si evidenzia una grandissima sapidità, anzi una grandissima e godibilissima salinità di chiara derivazione adriatica, che semplifica la beva rendendo pressoché impossibile poggiare il calice sul tavolo. Dopo qualche minuto cresce nettamente mostrando un discreto carattere, facendo di quest’ultima, così come dell’intrigante freschezza il suo cavallo di battaglia.
Consiglio di berlo ad una temperatura di 10-12 gradi ed in calici a tulipano di media grandezza.
Come abbinamento è indicato dall’aperitivo fino a diventare a tutto pasto, se decidiamo di farci del bene mangiando dell’ottimo pesce fresco. Possiamo partire dagli antipasti marini, quali alici marinate e capesante anche gratinate per poi proseguire con primi piatti a base di ragù di pesce, purché siano “in bianco” per non incrementare l’acidità col pomodoro. Con i secondi piatti regge bene sia quelli delicati al vapore come quelli un po’ più robusti al forno. Perfetto anche con crudi e carpacci.

Ovviamente regge anche i piatti a base di carne bianca e verdura, secondo me è un ottima idea rallegrarsi con un calice di questa Fonte della Corte in un triste pasto con petto di pollo e verdurine lesse, almeno teniamo su l’umore. Io l’ho abbinato ad un ottimo hamburger “crudocotto” di tonno, abbinamento pressochè perfetto in quanto l’acidità si sposava a meraviglia con l’umido del tonno crudo, ed il suo corpo reggeva bene la parte di tonno cotta. Purtroppo non posso raccontarvi il calice del giorno dopo… finito in un baleno la sera stessa!

mercoledì 27 agosto 2014

Staffolo Does It Better 1° edizione

Il week end del 23 e 24 Agosto si è svolto a Staffolo (An) il primo concorso / convegno di “Staffolo does it better” incentrato sulle versioni di verdicchio prodotte sul territorio comunale di Staffolo.
Agli assaggi, rigorosamente alla cieca per decretare il vino più rappresentativo di un’identità di territorio, hanno partecipato: Roberto Orciani di Non Solo Tappo, Andrea Marchetti di Intravino, Francesco Annibali di Doctor Wine e Raffaello De Crescenzo di Cultura Agroalimentare oltre naturalmente ad il sottoscritto in qualità di Presidente di Aies. Un bel mix di provenienze, con degustatori esperti e conoscitori del territorio e altri provenienti da altre zone con esperienze diverse, come il sottoscritto ed Andrea.
Non mi addentrerò nello specifico degli assaggi, delle varie versioni classiche e superiori e dei relativi punteggi, non avrebbe molto senso, i vini, i profumi, le peculiarità sono abbastanza simili nelle descrizioni globali e non vorrei ridurre il tutto alla mera gara. Non è la mia idea, né quella del Comitato di valorizzazione del Verdicchio che mi ha invitato. Mi soffermerei più volentieri sulle particolarità del verdicchio staffolese.
Chiaramente conoscevo il Verdicchio, ma non nello specifico del territorio ristretto, lo conoscevo per le espressioni che più facilmente varcano i confini provinciali e che più facilmente raggiungono Bologna e i tavoli di appassionati degustatori. Nello specifico avevo idea di Staffolo come espressione più grassa e sapida del mondo dei Verdicchi in quanto la prima collina che si alza dalla costa e quindi più soggetta all’Adriatico alla sua brezza e dai suoi terreni più bassi e dalla mano di vignaioli intraprendenti, estroversi e curiosi come La Staffa e Coroncino. Trovarsi davanti 14 produttori con 14 terroir e 14 stili e che girano attorno alla collina quasi a 360° mi ha un attimo confuso le idee.
Il comune è diviso in 4 microzone, Follonica e Spescia, San Martino e San Francesco, Castellareto e Salmagina e Santa Caterina e anche gli assaggi hanno seguito questo schema. Sinceramente ho trovato difficoltoso trarre un sunto di diversità di queste piccole zone, ho ancora un bagaglio gustativo limitato, era il 1° concorso e il mio primo affondo nel territorio. Ho trovato piacevoli e meritevoli espressioni su tutti questi territori e sia tra i classici che tra i superiori. Questo non perché il terroir non particolarizzi il vino, ma perché va sempre aggiunta quella grande variabile che è il vignaiolo, con la sua conoscenza, la sua idea, la sua storia. Spesso questa variabile è quella che rende carattere, che identifica un vino. Certo questi vini dal forte carattere sono più difficili hanno bisogno di più tempo per esprimersi, non sono vini da concorso, ma sono unici. Questo però è un altro discorso.
Tornando allo specifico della manifestazione, alla fine sono emersi 3 vini di zone differenti a contendersi il podio, il Staffa 2013 de La Staffa, del giovane gagliardo e vulcanico Riccardo Baldi, il Frocco 2012 della Tre Castelli e il Salmagìna 2012 di Sandro Finocchi. Al terzo posto il Verdicchio Classico de La Staffa dall’impatto semplice e godurioso, riflessi verdolini, naso tenue ma fine e morbido, bocca bella coerente ben bilanciata, al secondo posto il verdicchio Classico Superiore Frocco de i Tre Castelli, dal giallo dorato, bel naso di attacco legnoso, molti terziari ma ben dosati, bocca più intensa che persistente, molto fresco e acido, buon corpo col finale ad esaltare la sapidità. Il vincitore, anche se è più coerente dire il più rappresentativo è stato il Salmagìna di Sandro Finocchi, giocato su un naso fresco giovanile e allegro, bocca acida con grande freschezza e sapidità, bel corpo sinuoso scattante da velocista.
Torno a casa con una consapevolezza diversa, come poche volte ho visto nella mia storia degustativa, ho trovato in un territorio di soli 24 Km2, come Staffolo una concentrazione di ben 15 produttori che non si facevano la guerra, anzi si confrontano tra di loro di continuo, ma la cosa più bella è più coinvolgente è stato constatare la loro grande voglia di comunicare col mondo esterno di far gruppo senza liti od invidia, ognuno col suo prodotto e il suo stile. Sedersi a tavola, a giochi finiti, con tutti i produttori che ridono e scherzano tra loro, trovare Riccardo Baldi, 24 enne seduto tra Antonio Colloccini che invece di anni ne ha ben 84 e tra Lucio Canestrari della Fattoria Coroncino è stato di un piacere unico e di un’esperienza difficile da ripetere.
Grazie Staffolo.


Articolo scritto e pubblicato per www.accademiasommeliers.it




lunedì 21 luglio 2014

I miei post su wineblogroll

E' con piacere che comunico l'inizio della collaborazione con: Wineblogroll
ora trovere i miei post anche sul portale www.wineblogroll.com.

mercoledì 16 luglio 2014

Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di Federico Aldrovandi

Sfruttando un’ultima fresca serata ho portato in tavola uno dei vini rossi per me più riusciti sui colli bolognesi. Non è ne un cabernet ne una barbera, ma è un altro vitigno internazione, il Merlot. Certo come ben sapete, di base preferisco degustare vini autoctoni, ma di fronte a queste intermpretazioni mi “sacrifico” volentieri. Il vino in questione è l’Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di
Federico Aldrovandi, grande persona, grande conoscitore, grande degustatore e grande amante dei vini d’oltralpe.
L’Altovanto è un merlot in purezza della zona di Monteveglio sulle prime alture dell’appennino, vigne curate in primis da Federico, nella totale anarchia della suo credo. Nessuna certificazione nessuna occlusione mentale, solo l’idea e la voglia di fare un buon vino. Bè, io credo ci sia riuscito.
La bottiglia è la classica bordolese, mentre l’etichetta è rara sintesi di eleganza e fascino con il suo beige chiaro e scritte nere, impreziosite dal nome del vino scritto anche in brail sul retroetichetta.
Alla mescita il colore è un cupo rosso rubino, con qualche riflesso violaceo a ricordare la sua gioventù, mentre il naso è inebriante, fine ed elegante, subito non apertissimo, necessita di qualche roteazione del calice, ma poi si è invasi da profumi di rara finezza ed eleganza. Frutta  rossa matura, quasi sotto spirito, di piccola taglia, come more, ribes, fragoline di bosco, qualche nota verde tipica del merlot, poi tanto terziario a non nascondere la sua infanzia passata in barrique. Nette e franche le sensazioni speziate, sia dolci che piccanti, un elegante susseguirsi di cannella e pepe bianco, tabacco e cuoio, caffè tostato e cacao amaro.
In bocca è sia intenso che persistente, il tannino è ancora agressivo e invadente, ma non scorbutico e arrogante. Le sostanze dure la fanno ancora da padrone, ma il tempo le ammorbidirà rendendolo più beverino. E’ succoso, il frutto è vivo e croccante. La freschezza è intesa a donare sia bevibilità che longevità. La lunga peristenza si riempie di frutto e sapidità dal tratto minerale.
Insomma un grande vino, forse un po’ presto berlo ora, meglio dimenticarlo in cantina per qualche anno. Ma sinceramente non penso di aver fatto uno scempio a stapparlo, è già abbastanza armonioso e equilibrato, chiaramente necessita di un giusto abbinamento gastronomico.
Quest’Altovanto è un bel cavallo di razza muscoloso e vigoroso, un po’ di pazienza e diventerà anche scattante. In questo momento è sicuramente ancora un po’ “duro”, d'altronde il periodo passato in legno è importante, ben 18 mesi, non propriamente un uso cosmetico ma è un uso dosato e voluto e direi centrato sul risultato ottenuto.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a ballon per meglio ossigenarlo e di degustarlo ad una temperatura tra i 18 e 20°.
Come abbinamento trova impego con salumi e formaggi  di buona consistenza e stagionatura per quanto riguarda l’antipasto, anche se iniziare con questo calice è un po’ impegnativo.
Coi primi piatti è indicato con paste all’uovo condite con ragù rossi di carne o di selvaggina. Più indicato invece con i secondi piatti, sia carni rosse e nere, sia al forno che alla griglia, brasati compresi.
Io l’ho abbinato ad una succolenta tagliata di manzo alla rucola, abbinamento pressochè perfetto, la succolenza della carne, rigorosamente in cottura blu veniva ben contrastata ed asciugata dalla vigoria del tannino, mentre il corpo del vino spalleggiava a meraviglia con l’intensita del manzo aromatizzato dalla salamoia bolognese.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa volta abbinato ad una semplice insalata greca, questa volta il vino si è imposto sovrastando il piatto, anche se il pizzicorio della cipolla tropea e la forte sapidita della feta hanno cercato di lottare fino all’ultimo.

Vino perfetto da essere degustato in una bella cena importante, sia per accomagnare allegre chiacchere che per una più intensa chiaccherata col partner a lume di candela; soprattutto perché l’abbinamento ideale rimane sempre quello di condividerne un calice, meglio due, con la persona amata.