E' con piacere che comunico l'inizio della collaborazione con: Wineblogroll
ora trovere i miei post anche sul portale www.wineblogroll.com.
lunedì 21 luglio 2014
mercoledì 16 luglio 2014
Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di Federico Aldrovandi
Sfruttando un’ultima fresca serata ho portato in tavola uno
dei vini rossi per me più riusciti sui colli bolognesi. Non è ne un cabernet ne
una barbera, ma è un altro vitigno internazione, il Merlot. Certo come ben
sapete, di base preferisco degustare vini autoctoni, ma di fronte a queste
intermpretazioni mi “sacrifico” volentieri. Il vino in questione è l’Altovanto Merlot
Colli Bolognesi Doc 2011 di
L’Altovanto è un merlot in purezza della zona di Monteveglio
sulle prime alture dell’appennino, vigne curate in primis da Federico, nella
totale anarchia della suo credo. Nessuna certificazione nessuna occlusione
mentale, solo l’idea e la voglia di fare un buon vino. Bè, io credo ci sia
riuscito.
La bottiglia è la classica bordolese, mentre l’etichetta è
rara sintesi di eleganza e fascino con il suo beige chiaro e scritte nere,
impreziosite dal nome del vino scritto anche in brail sul retroetichetta.
Alla mescita il colore è un cupo rosso rubino, con qualche
riflesso violaceo a ricordare la sua gioventù, mentre il naso è inebriante,
fine ed elegante, subito non apertissimo, necessita di qualche roteazione del
calice, ma poi si è invasi da profumi di rara finezza ed eleganza. Frutta rossa matura, quasi sotto spirito, di piccola
taglia, come more, ribes, fragoline di bosco, qualche nota verde tipica del
merlot, poi tanto terziario a non nascondere la sua infanzia passata in
barrique. Nette e franche le sensazioni speziate, sia dolci che piccanti, un
elegante susseguirsi di cannella e pepe bianco, tabacco e cuoio, caffè tostato
e cacao amaro.
In bocca è sia intenso che persistente, il tannino è ancora
agressivo e invadente, ma non scorbutico e arrogante. Le sostanze dure la fanno
ancora da padrone, ma il tempo le ammorbidirà rendendolo più beverino. E’
succoso, il frutto è vivo e croccante. La freschezza è intesa a donare sia
bevibilità che longevità. La lunga peristenza si riempie di frutto e sapidità
dal tratto minerale.
Insomma un grande vino, forse un po’ presto berlo ora,
meglio dimenticarlo in cantina per qualche anno. Ma sinceramente non penso di
aver fatto uno scempio a stapparlo, è già abbastanza armonioso e equilibrato,
chiaramente necessita di un giusto abbinamento gastronomico.
Quest’Altovanto è un bel cavallo di razza muscoloso e
vigoroso, un po’ di pazienza e diventerà anche scattante. In questo momento è
sicuramente ancora un po’ “duro”, d'altronde il periodo passato in legno è
importante, ben 18 mesi, non propriamente un uso cosmetico ma è un uso dosato e
voluto e direi centrato sul risultato ottenuto.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a ballon per meglio
ossigenarlo e di degustarlo ad una temperatura tra i 18 e 20°.
Come abbinamento trova impego con salumi e formaggi di buona consistenza e stagionatura per
quanto riguarda l’antipasto, anche se iniziare con questo calice è un po’
impegnativo.
Coi primi piatti è indicato con paste all’uovo condite con
ragù rossi di carne o di selvaggina. Più indicato invece con i secondi piatti,
sia carni rosse e nere, sia al forno che alla griglia, brasati compresi.
Io l’ho abbinato ad una succolenta tagliata di manzo alla
rucola, abbinamento pressochè perfetto, la succolenza della carne,
rigorosamente in cottura blu veniva ben contrastata ed asciugata dalla vigoria
del tannino, mentre il corpo del vino spalleggiava a meraviglia con l’intensita
del manzo aromatizzato dalla salamoia bolognese.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa
volta abbinato ad una semplice insalata greca, questa volta il vino si è
imposto sovrastando il piatto, anche se il pizzicorio della cipolla tropea e la
forte sapidita della feta hanno cercato di lottare fino all’ultimo.
Vino perfetto da essere degustato in una bella cena
importante, sia per accomagnare allegre chiacchere che per una più intensa
chiaccherata col partner a lume di candela; soprattutto perché l’abbinamento
ideale rimane sempre quello di condividerne un calice, meglio due, con la
persona amata.
lunedì 23 giugno 2014
Dinavolo 2008 di Denavolo
Tutto iniziò una sera di metà gennaio 2011, fuori nevicava e
la neve aveva superato i 40 centimetri, il che a Castel San Pietro non è così
usuale. La sera prima un’insolita degustazione di abbinamento eno letterario dall'amico Claudio Driol di Canto 31, mi
aveva lasciato sul tavolo una bottiglia aperta di Dinavo, non fu amore a prima
vista, ma oggi non posso più fare a meno di bermene una bottiglia di tanto in
tanto. Ho usato la parola bere perché questo vino è da bere, non da degustare,
va goduto per il piacere che da, non ammirato per la “perfezione”. E’ un vino
insolito, certamente non per tutti, ma di un fascino unico che non lascia
indifferenti, un po’ come una donna, che non sarà perfetta, non sarà mai una
modella, o per un paio di chili in più, o per un dente non allineato, ma che
con fascino ed amorevolezza ti fa girare la testa perdutamente. D’altronde le
modelle vanno bene per una notte, le donne, quelle vere per tutta la vita.
Questo è il Dinavolo.
Ma andiamo con ordine, il Dinavolo bevuto quest’oggi è un
vino da tavola nella sua versione 2008 prodotto da Denavolo, l’azienda di
proprietà di Jacopo e Giulio Armani, quest’ultimo già ecclettico enologo de La
Stoppa, e difatti il Denavolo può essere definito la versione “rustica”
dell’Ageno. Non fatevi ingannare dalla definizione di vino da tavola, perché in
questo caso non è indice di bassa qualità ma è un vero e proprio suggerimento,
è un vino da bersi a tavola, d’altronde dove va bevuto un vino se non a tavola?
Il territorio è la Val di Trebbia, Travo per la precisione in
provincia di Piacenza ad un’altezza di 500 mt s.l.m. e le vigne crescono su di
un terreno chiaro con molto calcare sciolto e scheletro e sono condotte in assoluto equilibrio
naturalistico con l’assoluta mancanza di chimica. Anche in cantina c’è una
grande attenzione, lunga macerazione del mosto sulle bucce (difatti questo vino
è un “Orange wine”, di quelli tosti ed estremi) uso dei soli lieviti indigeni
assenza di solfiti aggiunti e nessuna chiarifica.
Il Denavolo 2008 è assemblato con percentuali variabili di
anno in anno di malvasia di Candia, Ortrugo e marsenne più altre uve locali,
tutte per l’appunto vinificate in rosso.
La bottiglia è una borgognotta pesante, non so perché ma i
pesi delle bottiglie dei vini naturali o meglio dei vini culturali è sempre maggiore
di quelli convenzionali, mentre l’etichetta è in un elegante bianco satinato
con scritte altrettanto eleganti in blu.
Alla mescita si è subito straniti, il colore è pazzesco,
arancione, arancione davvero, meglio ancora, ambra brillante e luminoso, quasi
da passito
Basta mettere il naso nel calice per essere ancor più
straniti. Profumi intensi e persistenti, terziari a go go. In partenza è
presente anche un po’ di volatile, di sensazioni smaltate, ma qualche
roteazione del calice e si perfeziona, profumi di frutta a pasta gialla matura,
albicocca e pesca, ma anche di frutta essiccata quasi di fico che non virano al
dolce, anzi si indirizzano sul mediterraneo, salvia timo maggiorana, un po’ di
rosmarino per poi chiudere nuovamente su iodio e zafferano. Profumi che comunque
sono molto dinamici cambiando e continuando a cambiare nel tempo. Alche in
bocca lascia straniti, la sensazione è di un vino intenso e persistente,
particolarmente asciutto, asciugato da un tannino molto evidente e presente,
contrastato da un’inebriante acidità ben integrata. Notevole anche la sapidità
che è un vero è proprio mix di minerale e salinità, mentre il corpo è si
possente ma non potente, alleggerito da un ottima beva, ma quel che più
sorprende è l’altissima personalità ed il forte carattere. Difficile definirlo
morbido, in questo momento, a sei anni
dalla vendemmia è ancora spostato sulle sostanze dure, il tempo lo ammorbidirà.
Certo, è un vino difficile, una sorta di ritorno alle origini, ma di sicuro
appagamento anche per la sua evidente succosità. In poche parole un vino che
ricorda da vicino quello del contadino di tanti anni fa, ma prodotto con
l’integrazione delle conoscenze attuali. Conoscenze che non modificiano il
risultato finale, per una volta davvero la sola somma del territorio più il
vitigno più l’annata più l’abilità umana.
Consiglio di
degustare il Dinavolo in api calici a tulipano, ed ad una temperatura di
cantina, 14° 15° gradi, non meno, per non rendere aggressivo il tannino e per
armonizzarlo nei profumi.
Difficile l’abbinamento, in quanto la particolarità del vino
richiede cibi particolari, fagiano, oca e anatra, ma anche rane in umido e
soprattutto anguilla ai ferri. Perfetto anche con formaggi di media stagionatura
e di capra o misti, è indicato anche da bersi da solo dopo cena sorseggiandolo
piano quasi fosse un whiskey.
Io l’ho abbinato ad una tagliata di petto d’anatra al forno,
abbinamento che mi ha soddisfatto appieno il mix di tannino e di acidità
contrastava bene la succosità della carne e il corpo del vino era appropriato
all’intensità della carne d’anatra.
Regge meravigliosamente il calice del giorno dopo, anzi
forse ancor meglio, la lunga apertura si addice a questa tipologia di vini,
rendendoli ancor più gradevoli. In questo caso l’ho abbinato al “resto”
dell’anatra cotta però al forno.
Vino ideale da bersi con amici appassionati di vini ed in
grado di apprezzare le caratteristiche insolite ed affascianti di questo vino,
non nato per piacere ma per dare piacere.
L’abbinamento migliore rimane però quello di condividerne un
calice o due con la persona amata
venerdì 6 giugno 2014
Champagne Encry
L’altra sera ho partecipato ad una interessantissima
degustazione organizzata da un amico, ancor prima che degustatore e delegato
dell’Onav Bologna, Davide Gallia. La serata aveva lo scopo di presentare la
maison di Champagne Encry. Maison di assoluto interesse per diversi motivi, che
ora vi elencherò in ordine sparso. Trattasi di uno champagne Gran Cru, e sono
solo 17 i comuni a fregiarsi di tale denominazione, la zona è confinante
con Krug e Salon, la proprietà si occupa in prima persona di tutto il
processo di produzione dalla vigna alla cantina, cioè i récolants manipulants, infine è di proprietà di
una famiglia italiana, cosa non da poco in terra francese.
La zona invece è quella stratosferica de Le Mesnil Sur Oger nel cuore della Cotê de Blanc, nella sua parte alta in piena zona Gran Cru, ricca di gesso che dona
carattere personalità e peculiarità uniche.
Queste nozioni sono state spiegate direttamente dal titolare
Enrico Baldin che con bravura e simpatia ha trasformato questa degustazione in
una sorta di visita in azienda. Durante la presentazione ci ha anche illustrato il suo intento di contenere gli interventi in vigna e la sua conversione al biodinamico, parola che in me accende una lampadina, pur considerando l'estremizzazzione dello champagne che è e rimame un vino prodotto alle soglie del 50esimo paralelo e fra produttori che di bio o altro non ne vogliono neppure sentir parlare.
A queste prime premesse aggiungiamo, la caparbietà, l’ottusità,
insistenza oltre alla grande bravura di Enrico Baldin che ha
fatto sì che questo marchio che produce appena 30.000
bottiglie (una briciola di fronte alle più di 300.000.000 prodotte nell’intera zona)
siano comunque degne di nota e di sicuro interesse.
Diversamente dal solito dalle mie recensioni, parlerò
stavolta in generale di tutta la produzione dell’azienda, entrando nel merito
delle rispettive etichette.
Filo conduttore dell’azienda è un’estrema raffinatezza di
fondo, finezza ed eleganza sono un denominatore comune,. Così come la netta
sensazione che ci troviamo di fronte ad una produzione che fa dell’eleganza la
sua arma migliore, seppur con nette differenze tra i vari prodotti. In poche
parole come se l’intera produzione di Encry sia un bellissimo vestito a festa,
quelli che si indossano per i matrimoni, con tutte le “cosine” al posto giusto,
camicia e pantaloni perfettamente stirati, camicia che profuma di lavato e
cravatta con nodo impeccabile. Questo almeno fino a che non ho assaggiato il Zéro
Dosage, dove era evidente e appagante la cravatta allentata e la camicia molto
più sborsata… insomma oltre all’eleganza si percepiva personalità e comodità…
insomma pensate al momento che dopo una giornata passata con cravatta arriva il
momento di allentarla… questo era il Zéro Dosage.
Ovviamente è molto percettibile il netto inseguire un
risultato, la costruzione di questi champagne, a tratti il tecnicismo è chiaro
e netto. D'altronde come non potrebbe esserlo? Lo champagne è per natura un
vino costruito, solo l’abilità e la tecnica umana sanno donare le bollicine a
questo nettare.
Ma andiamo con ordine, le bottiglie erano champagnotte con
un etichetta nera finissima e molto elegante, che donano pregio ed importanza
alla bottiglia stessa.
Il primo assaggio era il Gran Cuvèe Brut, un 36 mesi di chardonnay in
purezza, con un aggiunta di un 5% di liquore di tirage. Colore giallo paglierino
tenue, con riflessi verdolini e perlage molto importante ma di grana fine ed
estremamente gradevole. Al naso le note tostate prevalevano su tutto, nocciole,
arachidi, l’immancabile crosta di pane sono nette e franche, così come le successive
note agrumate. In bocca è scattante, avvolgente, più intenso che persistente,
ma estremamente morbido. Interessantissima la parte minerale al limite del gessoso
che impreziosivano la beva caratterizzata dalla bellissima sapidità di tratto
minerale.
Queste caratteristiche le ritroviamo nel Gran Rosè Prestige, dove alla
stessa metologia di produzione viene sostituito un 5% di chardonnay con del
Pinot Nero scelto nella ricercata Bouzy. Questa piccola percentuale è
sufficiente per caratterizzare il vino, che vira in note più fruttate di frutta
piccola a pasta rossa, che donano anche un bellissimo colore rosa tenue. Anch’esso
intenso, leggermente più persistente con una buonissima sapidità percettibile
nella sua pienezza di un acidità che dona carattere pur rimando nell’eleganza
generale di tutta la beva.
Per terzo vino abbiamo assaggiato quello che per me è stato
il re della serata, il Zéro Dosage, anche questo chardonnay in purezza con 36
mesi di permanenza sui lieviti. Colore bellissimo, giallo paglierino intenso,
brillante con un perlage continuo di infinite bollicine di bellissima fattura.
Naso inteso e persistente che gioca sulle note tostate, floreali che vira in
chiusura sull’agrumato dove è netto è franca la sensazione citrina di un cedro
in fase di maturazione. In bocca risulta più inteso e più persistente dei
precedenti, dai tratti quasi duri e dall’acidità tagliente e verticale. Una bocca
di assoluto appagamento, dove l’equilibrio insabile delle sostanze dure,
acidità, sapidità sé quai perfetto, l’eleganza e la finezza sono un passo
indietro ai precedenti, ma non per questo assenti. Praticamtne la sensazione di
un bellissimo vestito da matrimonio, ma reso ancor più comodo ed affasciante
dalla cravatta allentata, dalla camicia eccessivamente sborsata e dalla barba
incolta. In poche parole un vino di estremo appagamento fisico ed estetico, dalla
beva intesa ed appagante che non ti stanchi mai di bere e di appoggiare il
calice. Un vino che rasenta i 90 centesimi.
Abbiamo chiuso con una mini verticale di due millessimati
sempre di chardonnay in purezza, ma questa volta di 60 meri si permaneza sui
lieviti. Il Millésime 2005 era da subito leggermente chiuso, con le tipiche note
lievitose non apparicenti, ma dopo qualche minuto si apriva e regalava
piacevolezza e finezza. Morbido ed avvolgente, seppur con una discreta acidità
che lo rendeva estremamente fresco e scattante.
Il Millésime 2004 che ha chiuso la bella degustazione risaliva ai
livelli del Dosage Zerò, strepitosamente bello, naso freschissimo nonostate i 10
anni alle spalle, molto intenso e persistente, giocato sulle note agrumate e di
lievito. Anche la bocca è coerente col naso, risultando molto intensa e
persitente. Freschezza sostenuta da una bellissima spalla acida che non intacca
il suo essere morbido di sostanza. Corpo pieno e struttura nella norma,
armonico e con un infinita persistenza dove è appagante la sapidità che ci riporta
alla sua partenza gessosa.
Chiudendo sono tutti champagne di estrema finezza ed
eleganza, ma con una bevibilità disarmante in cui diventa impossibile
appoggiare il calice.
Consiglio di berli in calici con la base a V e l’imbocco più
ampio, in modo da valorizzare sia il perlage che i profumi, ed ad una
temperatura di 8°-9°.
Come abbinamento trovano impiego con tutta la gamma di
pesci, dai piesci azzurri ai pesci bianchi, dalle preparazioni light a quelle importanti
e più grassi. Fantastico con le fritture di gamberi. Così come è un idea
meravigliosa degustarne un calice per regalarsi un piacere.
Purtroppo non ho avuto modo di degustarlo con un piatto, ma
solo in una degustazione, per cui mi riprometto di riprovarlo in una cena.
Perfetto da consumarsi in una romantica cena a due a lume di
candela in riva al mare. Se la cena è di “approccio” la vostra alla vostra lei (o
lui) sarà impossibile resistervi e cadrà ai vostri piedi, se è un anniversario
la riuscita è garantita. Ricordate che l’abbinamento migliore è condividerne un
calice o due con la persona amata, mai come stavolta sarete ricambiati con
amore.
sabato 31 maggio 2014
Rucantù 2008 Pigato DOC di Selvadolce
Non sempre i vini si scelgono per conoscenza, non sempre si
scelgono per tipologia e non sempre si scelgono per il prezzo, qualche volta si
scelgono perché te li consiglia un’enoteca e se butti l’occhio sull’etichetta
ti risulta impossibile non comprarla, anche se il prezzo è leggermente sopra
media. Anche in quest’ultimo caso c’è un perché, e questo perché lo scopriremo
durante l’articolo.
Il vino in questione è il RUCANTU’ 2008 Riviera Ligure di
Ponente Pigato DOC di Selvadolce mi è stato consigliato dal buon Diego dell’enoteca
Le Lune di Imola, dopo aver portato a casa la bottiglia inizio a documentarmi
dal momento che non conoscevo né il vino ne l’Azienda.
Azienda con due lustri di storia alle spalle, cioè da quando
Aris Blancardi inizia la conversione dell’Azienda floricola di famiglia in
Azienda vinicola. Da subito, confrontandosi con altri vigneron e studiando
approfonditamente vira nel biodinamico per convinzione e converte l’intera
proprietà seguendo il modello ideato da Rudolf Steiner. La zona di produzione è
Bordighera, estremo ovest ligure a pochi passi dalla Francia, i vigneti sono
quasi quarantenni e sono terrazzati sullo splendido mare, tra le rocce invece spuntano
ancora molte buganvillee. L’esposizione è a sud e per il vigneto che dà origine
a questo Rucantù e nell’immediatezza della proprietà e da il nome per l’appunto
all’intera Azienda il Selva Dolce, è situato a 170 mt s.l.m. con suolo franco
argilloso e calcareo, vigneto spesso invaso da forti venti di maestrale tali da
rompere anche i fili di sostegno d’acciaio.
La bottiglia è la classica bordolese in verde scuro, mentre,
come dicevamo, l’etichetta principale è una vera e propria opera d’arte. Nessuna
scritta, nessun simbolo, solo 3 etichette separate e colorate in bel tratto che
donano forza e valore unendo arte e simpatia. Tutte le informazioni sul vino
sono rilegate nell’etichetta sul retro.
Alla mescita si evince un giallo dorato carico, fin da subito
è evidente il suo appartenere ai macerati, ai cosiddetti orange wine. Cosa per
altro molto evidente non appena porto il calice al naso in quanto vengo invaso
da profumi tipici di questa tipologia di vini atta a estrarre molti profumi. Difatti
il Rucantù è un Pigato in purezza vinificato con una macerazione sulle bucce e
una fermentazione sulle fecce fini in barrique. Il naso è subito chiuso, ma
bastano pochi colpi di roteazione del calice per essere invasi da profumi
intensi e persistenti. La prima sensazione che penso è: questo vino sa di mare!
La macchia mediterranea è franca e netta, poi arriva l’agrumato del fruttato
per virare in chiusura con lo speziato, le note riconoscibili sono tantissime
segno dia buona evoluzione, salvia, timo, maggiorana, menta, tiglio, calla, scorza
d’arancio, miele, tanto zafferano. Profumi che sono molto fini e altrettanto
eleganti.
Anche la bocca è coerente con il naso, infatti le sensazioni
meditettarenee sono nettissime. La forte acidità e altrettanto forte sapidità di
estrazione salino, vengono equilibrate da un minimo di tannicità ottenuto dalla
macerazione e dal buon grado alcolico. Intenso nella fase d’ingresso, poi
scattante e avvolgente per finire con una lunghezza gustativa di assoluto
interesse che chiude con il tostato della mandorla. Secco ed abbastanza
morbido, buon corpo e struttura, equilibrato ed armonico fa dell’alta
bevibilità il suo pregio maggiore. Praticamente impossibile degustarne solo un
calice.
Consiglio di degustarlo ad una temperatura di 12° 14° gradi
ed in calici a tulipano di media grandezza.
Perfetto da abbinare a piatti ricchi di estrazione
marittima, anche in preparazioni grasse come zuppe o pesci al cartoccio. Anche
con i crostacei l’abbinamento è appropriato.
Con le carni trova l’abbinamento con arrosti di tacchino,
coniglio ed anche con selvaggina da penna come faraone, anatre e fagiani.
Perfetto anche da consumarsi fuori pasto per regalare e regalarsi un piccolo
piacere.
Io personalmente l’ho abbinato ad una tagliata di petto d’anatra
al succo d’arancia, abbinamento che si è rilevato azzeccato in quanto l’acidità
del vino contrastava bene la grassezza del petto e il corpo del vino non surclassava
quella della carne.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, in quanto
l’ossigenazione aiuta ad completare ancor di più il vino, donando un corredo
olfattivo ancor più importante ed evoluto. In questo caso l’ho abbinato ad un
petto di pollo alla griglia, abbinamento in cui il vino ha soppiantato nettamente
il piatto, mentre meglio l’abbinamento con il quadretto di torta pasqualina a
chiusura del pasto.
Vino ideale da consumarmi durante una cena tra amici
appassionati di vino e durante un importante cena lavorativa dove nulla può
essere lasciato al caso.
L’abbinamento migliore rimane sempre quello di condividere
una calice o due con la o le persone amate.
sabato 10 maggio 2014
Pignoletto Frizzante 2013 del Monticino DOC Colli Bolognesi
La bella stagione è alle porte, il caldo si inizia a far
sentire e di pari passo i vini si alleggeriscono, si snelliscono e diventano
più easy. Questo non vuol certo dire che sono meno buoni, anzi, per chi come me
apprezza le bollicine e gli autoctoni, trova ampio godimento. La Pasqua appena
passata mi ha lasciato un ultimo sacchetto di tortellini di Donna Flora (mia
mamma, ndr) quale occasione migliore che non stappare un pignoletto frizzante?
Molti miei “colleghi” appassionati di vino, disdegnano il pignoletto, ancor di
più se frizzante. Chissa poi perché! Io non ho puzze sotto il naso, non credo
di tirarmela enologicamente, e apprezzo il pignoletto, pure frizzante, mica
sempre si può bere un Chateou Picopallino. Con la bella stagione, e coi
tortellini io un calice di pignoletto me lo godo, eccome! Per questa mia nuova
recensione, ho stappato un Pignoletto Frizzante 2013 del Monticino DOC Colli
Bolognesi. L’azienda relativamente nuova, opera a Zola Predosa, primo
hinterland bolognese da quasi 15 anni ed è gestita dalla famiglia Morandi,
prima con Ruggero, ora col vulcanico figlio Giacomo. 12 sono gli ettari
coltivati, tutti seguendo il progetto Magis, il primo e più avanzato
progetto per la sostenibilità della produzione del vino in Italia. Si
coltivano l’autoctono Pignoletto, il quasi autoctono barbera ed a completare la
gamma Sauvignon, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, e per il passito la Malvasia
di Candia.
La bottiglia è la nuova ed originale che il Consorzio dei
Colli Bolognesi ha scelto per il pignoletto frizzante nel 2011, sormontata da
una moderna e bella etichetta verde e grigia in cui è riportato il simbolo dell’azienda,
una M stilizzata, che sta per Il Monticino e Morandi oltre a disegnare il cucuzzolo
in cui sorge la cantina.
Alla mescita il colore è un giallo paglierino tenue e
scarico, con ampi riflessi verdolini, a ricordare la gioventù di questo 2013,
sottile e persistente il perlage che forma una gradevole spuma in superficie.
Al naso è floreale e fruttato, fine ed elegante. Profumi
freschi che risultano più intensi che persistenti. In apertura qualche nota da
lievito è evidente e riconoscibile nella classica crosta di pane, ma grazie
alle bollicine che portano in superficie gli altri profumi si possono
riconoscere con franchezza il floreale fresco e pungente del biancospino, dei
fiori bianchi di campo. Subito dopo si riconoscono le note fruttate di una
frutta soda e non troppo matura, come la classicissima pera e mela e anche
della pesca noce a pasta bianca. In bocca l’ingresso è subito intenso e quasi
dolce, sensazione che sparisce subito lasciando una sensazione secco
amarognola. Risulta fine ed elegante, con una buona acidità e sapidità, che
però lasciano una morbidezza intrinseca che lo rende molto armonico. Secco di
zuccheri, seppur con un discreto residuo zuccherino, sufficientemente caldo di
alcol, come da tipologia, così come il corpo e la struttura. Buona come
dicevamo l’acidità che rende molto facile e snella la beva, rendendo molto
complicato poggiare il calice. Ottima l’intensità così come la persistenza
gustativa dove si apprezza una gradevole sapidità che porta alla classica
chiusura amarognola che ben contrasta il residuo zuccherino.
In poche parole un ottimo pignoletto frizzante, con chiara
impronta moderna e giovanile, che fa della giovialità il suo punto di forza,
rispecchiando in tutto e per tutto l’essere bolognese.
Consiglio di berlo in calici a forma di tulipano non troppo pronunciato
ed ad una temperatura di 7-8°.
Io l’ho abbinato come da intro con un ottimo piatto di
tortellini rigorosamente in brodo di cappone, e si è trattato di un buon
abbinamento, sia per tradizione che organiletticamente, il grasso del brodo
veniva bilanciato dall’acidità di questo pignoletto.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, dove
mantiene alto sia il perlage che il piacere gustativo complessivo, quest’ultima
parte di bottiglia l’ho abbinato ad un petto di pollo alla griglia, abbinamento
tutto sommato buono che sfruttava la leggerezza del pollo.
Altri buoni abbinamenti sono quelli con gli antipasti a base
di torte di verdura e di salumi affettati sottili e tutti quei finger food più
o meno elaborati che troviamo in giro per locali all’ora dell’aperitivo.
Primi piatti a base di paste sia in brodo che asciutte, quest’ultime
con verdure croccanti.
Perfetto anche con quasi tutta la gamma ittica, specialmente
le fritture, anche di gamberi, ed il mitico spaghetto alle vongole.
Ideale da consumarsi nel pasto familiare domenicale, così
come in un’allegra cena tra amici, dove l’allegria è il buon vino non possono
mancare e da degustarsi rilassandosi sulla sdraio in terrazza al rientro da una
dura giornata di lavoro.
L’abbinamento migliore rimane quello di condividere un calice
o due con la persona amata, questa volta lo / la sorprenderete con l’allegria e
giovialità.
Se mi permettete un ultimo consiglio, se andate a fere gli
aperitivi in centro, così come in periferia e in spiaggia smettete di chiedere
un prosecco… chiedete un Pignoletto frizzante, se de Il Monticino ancor meglio.
venerdì 18 aprile 2014
Pico 2010 IGT Garganega del Veneto de La Biancara
Nel mio percorso personale nel mondo "naturistico" viticolo, pur sapendo del l'imprecisione del termine
naturalistico, mi sono imbattuto più volte nel Pico di Angiolino Maule. D’altro
canto era veramente difficile non farlo, primo perché è veramente buono (ma
aspettate la recensione qualche riga più sotto per i dettagli) secondo perché
Angiolino è anche il fattivo presidente di Vinnatur, associazione di vignaioli
europei alla ricerca dell’equilibrio naturale della vita della vite senza
l’ausilio della chimica di soccorso.
Non voglio entrare nel merito dei vini naturali, che tra l’altro io chiamo
culturali e di luogo, in quanto chi legge questo blog ne sa almeno quanto me,
se non di più, ma mi preme dire che la mia soddisfazione maggiore nelle
degustazioni è proprio con questa tipologia di vini. Hanno sempre un carattere,
una definizione, una verticalità maggiore. L’azienda di Maule è La Biancara, la
zona è Sorio, piccola frazione di Gambellara nel vicentino, ai margini della
pianura Padana ai piedi dei monti Lessini, i terreni sono caratterizzati
geologicamente da formazioni di origine vulcanica costituite da basalti
colonnari compatti, mediamente alto di impasto argillo limoso. L’uva con cui è
fatto il Pico, è una garganega in purezza, vitigno autoctono dalla lenta
maturazione, dalla buccia grossa e dalle note dolci, tanto da dare origine alla
DOCG Recioto di Gambellara, ma anche al Soave.
Il Pico 2010 IGT Garganega del Veneto de La Biancara ha la bottiglia
bordolese con una bella etichetta bianco avorio con le scritte in un simpatico
carattere in stampatello quasi “manuale”, e un altrettanto simpatico disegno
immagino della proprietà. Immagino in quanto non sono mai stato da Maule, ma mi
riprometto di andarci quanto prima. Alla mescita il colore è un giallo carico,
quasi dorato. Non so esattamente come definirlo, ma ci provo: l’aspetto è
particolare, si capisce che non è un vino standard, ma non c’è il benché minimo
difetto, sedimenti, particelle, niente, è assolutamente limpido e luminoso. Il
naso è importante, evoluto, non si concede subito, va aspettato, ma poi è carico
di frutta matura, qualche spezia e tanta macchia mediterranea. Profumi molto
intensi e altrettanto persistenti, fini e di un eleganza di stile casual. Frutta
esotica, banana, mango molto matura, leggermente cotta quella autoctona come
mela e pera. Evidenti anche i sentori speziati che sono sopra avanzati dalle
note minerali quasi solfuree ma anche di pietra focaia, muschio secco per
finire con una virata verso una fresca camomilla.
In bocca è prepotente, in senso buono, intenso e persistente, colpisce
subito la sua mineralità molto marcata e molto piacevole. Secco di zuccheri,
caldo di alcool, corposo e ben strutturato. Nonostante sia un bianco risulta
piacevolmente tannico, segno di un’ottima interpretazione della macerazione
delle bucce. Tannino che è perfettamente integrato all’evidente acidità che
rene una grandissima facilità di beva, nonostante in questa fase non sia ancora
nel suo pieno equilibrio e morbidezza. E’ chiaramente un bianco da
invecchiamento, reggerà bene altri anni grazie proprio a quest’acidità. Corposo,
ma non opulento, tutto sommato è abbastanza equilibrato. Alcune componenti
devono sicuramente integrarsi ancora, le parti dure sono ancora un po’ in
vantaggio rispetto alle morbide, ma sicuramente è già molto godibile. Ottima la
persistenza gustativa e l’incredibile sapidità dal netto tratto minerale che
sprigiona dando una caretterizzazione di assoluto livello. Ricapitolando, il
Pico 2010, e sicuramente un ottimo vino, forse un po’ insolito, ma questo
solamente perché negli ultimi anni si è proceduto verso una standardizzazione
del gusto che Maule sta proprio combattendo, ma è sicuramente un pregevolissimo
vino di buon livello di finezza ed eleganza, che fa suo cavallo di battaglia il
forte ed chiaro carattere deciso.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano ed ad una temperatura non
troppo fredda, circa 12-14° sono perfetti.
Amo abbinare i macerati con piatti insoliti, sfruttando una delle loro
caratteristiche principe, la loro gastronomicità, per cui vanno provati con
piatti quali anguilla, rane ed anatra, ma anche con i tortellini in brodo troverete
ampio godimento. Un altro abbinamento insolito, che mi è stato proposto in una
nota pizzeria gourmet dell’hinterland bolognese, il Berberè, prevedeva il Pico
con la pizza, sinceramente per me ci stava, eccome. Per essere sinceri fino in
fondo l’abbinamento era partito col fratellino del Pico, il Sassaia, sempre del
2010 e sempre di Maule, ed è proseguito con il Pico man mano che le pizze
crescevano di intensità di sapore ed entrambi si sono manifestati perfetti. Per
la recensione di quest’oggi invece ho abbinato il Pico 2010 ad una faraona al
forno, abbinamento che ho trovato ortodosso, la spigolosità di questa carne bianca
solo sulla carta ben si integrava con il tannino accentuato e con la buona
sapidità del Pico.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, come non fosse soggetto a
mutamenti, questa volta abbinato ad un buon pecorino di media stagionatura.
Abbinamento
Questo vino è perfetto per una cena con amici appassionati di vino capaci
di apprezzare le particolarità e le evoluzioni che troveremo nel calice, questo
sempre senza dimenticare che l’abbinamento perfetto rimane quello di
condividere la bottiglia con la o le persone amate.
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