mercoledì 20 maggio 2015

Chirofiore 2012 Toscana Bianco IGT di Tunia

Gusto Nudo di Bologna è da sempre una manifestazione particolare. Questo perché ha sempre un qualcosa che non va, negli anni passati dalla location troppo alternativa con skateboard a sfrecciarti di fianco, temperature impossibili . Quest’anno ad esempio aveva si una location bellissima in Bologna, il Parco Cavaticcio, ma i banchetti erano lasciati al caso senza nessuna indicazione di che azienda ci fosse dietro. Dal lato positivo invece Gusto Nudo ha il vantaggio di selezionare i cosiddetti “vignaioli eretici”, coloro che escono dai soliti schemi di convenzionalità, così che mi sono deciso e recato a farci un giro.
Sarò onesto fino in fondo, mentre cercavo di orientarmi tra i banchi cercando di capire chi fosse chi, ho intravisto una bella ragazza bionda occhi azzurri dietro ad un banco, si questo è stato il primo motivo che mi ha spinto verso Tunia, poi ho scoperto chi erano e il loro vino. Due chiacchere iniziali sul loro territorio e su quella che Chiara Innocenti e la sua amica da una vita Francesca Di Benedetto chiamano la loro pazzia, infatti, senza tradizione familiare alle spalle, decidono nel 2008 di catapultarsi in questo progetto, entrano da subito nel circuito di VinNatur e nel pieno del loro territorio sfruttando e convertendolo con vigneti tipici. Mentre chiacchieriamo mi versa un primo sorso del loroChirofiore 2012 Toscana Bianco IGT, lo osservo e chiaramente è un orange wine, ma è la storia che c’è dietro che mi conquista. Il vino è un blend di Trebbiano all’70% e vermentino 30%, e fin qui è semplice, ma la particolarità è che sono frutto di ben 4 vendemmie distinte. La prima vendemmia del trebbiano è precoce, giusto per dare un po’ di acidità in più, la seconda a maturazione del trebbiano, a cui si affianca la terza vendemmia, quella a maturazione del Vermentino. Chiude la 4 vendemmia cioè quella del trebbiano surmaturo, quasi appassito a dare complessità e morbidezza. In poche parole un lavoraccio a cui segue una macerazione non estrema, e che varia a seconda della vendemmia, la prima non fa macerazione ma dalla seconda invece ne fa più o meno una settimana. La fermentazione è sulle fecce fini per 12 mesi ed a vendemmie separate, ma tutte in acciaio. Con una storia così non posso non farmi dare una bottiglia. La bottiglia è la classica bordolese pesante e l’etichetta sobria ed elegante nel suo beige anticato. Stappo la bottiglia e mi servo il calce, il colore è aranciato carico ma limpido e luminoso, in naso è un bouquet in continuo cambiamento. Da subito frutta matura ed esotica, mango pesca ed albicocca la fanno da padrona. Vira poi nelle note balsamiche di macchia mediterranea con timo maggiorana e salvia belli evidenti per chiudere poi con note miste di panna montata e zafferano.  In bocca risulta grasso e leggermente glicerico. La vendemmia tardiva gli dona morbidezza e una sensazione dolce che lo indirizza nel “piacionismo”, ma è un impressione che sfuma subito, quando poi la bocca viene asciugata da un tannino robusto seppur vellutato e delicato a cui segue una sostenuta acidità che gli dona una goduriosa bevibilità. Si capisce fin dal primo sorso che non manca certamente carattere e corpo e struttura nsono ella media della tipologia, mentre il finale è particolarmente lungo durante il quale è evidente una sapidità di netto tratto minerale. La caratteristica che più mi ha colpito è che il Chiarofiore esce quanto basta dai canoni consueti per avere un ottimo carattere di base.


Consiglio di degustare questo Chiarofiore ad una temperatura di cantina, 14-15°, non lo raffredderei troppi onde evitare di appiattirgli i profumi. Mentre come abbinamento oltre che essere inconsueti come con la mia anguilla, che per altro ci sta divinamente, si po’ abbinare anche a formaggi di media e buona stagionatura o con inclinazione blu. Con un bel erborinato di capra tarerete molte soddisfazioni, così come con cacciagione di piuma cotti al forno in salse agrodolci, come con uvetta o mele. Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa volta abbinato ad un buon risotto agli asparagi, e se caricate con del parmigiano in mantecatura l’abbinamento ci sta eccome. Ricordate che l’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice con la persona amata. 

venerdì 24 aprile 2015

Dagamò Barbera Emilia IGT 2013 Al di là del Fiume

A volte una semplice bottiglia ti cambia l’umore. Sono arrivato a casa stanco morto dopo una trasferta di lavoro di quasi 14 ore di tutto avevo voglia tranne che di cucinare. Accendo il microonde e ci infilo la coscia di pollo della mensa rimasta, un po’ di insalata e la cena è servita. Cosa ci bevo? Dopo 6 ore di furgone un bel calice ci sta. Recupero una bottiglia di Dagamò Barbera Emilia IGT 2013 di Al di là del Fiume, piccola azienda dell’alto appennino bolognese. Siamo difatti a Marzabotto, ho visitato l’azienda, sita all’interno del Parco Monte Sole, la scorsa estate, ma sono passato qualche giorno dopo che una violenta tempesta aveva devastato e sradicato i vigneti, tanto che purtroppo tutta la produzione 2014 è andata perduta. Danila Mongardi, titolare assieme al marito Gabriele dell'azienda, però non si è abbattuta, anzi a preso spunto per perfezionare ancor di più il suo progetto di azienda bio sostenibile a 360°.
La bottiglia in questione è una barbera con una macerazione di 4 mesi in anfora e in un percorso di biodinamica. Forma bordolese tradizionale sormontata da una bella etichetta disegnata dell’artista Chiara Renda, mentre il nome del vino è una simpatica parola in dialetto bolognese.
Già alla mescita si è un poco straniti, colore tenue, scarico. Rosso granato poco intenso e quasi trasparente, ma basta portare il calice al naso per sentire un bouquet particolarmente fine ed elegante. Spesso e volentieri gli anforati peccano un po’ di precisione olfattiva, in questo caso ha tutte le sue cosine al posto giusto, piccoli frutti rossi in macerazione, fragole e fragoline di bosco lasciate a macerare nel vino, qualche ciliegia durone, poi arrivano le note floreali di glicine, geranio viola che si intrecciano a qualche sensazione vegetale che va a mirare nella macchia mediterranea fresca di primavera. Salvia, menta, sottobosco un po’ di rustica terra a completare un ventaglio che comunque mi si pone in un elegante equilibrio.
Appena deglutisco il primo sorso vengo colpito dalla disarmante bevibilità, fresco e acido come una barbera di rispetto, croccante nella sua snellezza e nel tannino appena sussurrato che non sfigura affatto. Discretamente lungo e altrettanto persistente durante la quale si apprezza una importante sapidità di netto tratto minerale. Corpo snello ma scattante, alcool moderato per una semplice ma intrigante bevuta in un equilibrio empirico di piacevolezza.
Consiglio di degustare il Dagamò in calici a tulipano di media grandezza ed ad una temperatura di cantina, 15, 16 gradi sono perfetti.
Io l’ho abbinato ad una coscia di pollo riscaldata, ma se voi lo abbinate ad un pollo allo spiedo e alla diavola appena cotto secondo me godrete molto, la carne non troppo saporita e la pelle croccante e speziata si addice a meraviglia con questo calice. Perfetto anche con il prosciutto crudo, anche stagionato o saporito come il toscano, con primi piatti a base di ragù di carni bianche, dal pollo al coniglio. Come secondi piatti un ottima idea può essere quella di accostarlo ad un filetto di maiale od a qualche fetta di succulento roastbeef.
Vino ideale da consumarsi durante le cene e grigliate estive tra amici, dove le bocce scorrono quasi senza sosta di continuità. Come sempre ricordo che l’abbinamento migliore è quello di condividerne un calice o due con la persona amata

venerdì 3 aprile 2015

Samodia 2008 Bologna Doc di Giorgio Erioli

E’ sempre un piacere portare in tavola una bottiglia di questo piccolo produttore dei Colli di Bologna, Giorgio Erioli. L’occasione me l’ha data l’uscita della sua raccolta di poesia “I sogni della notte ti parleranno” uscita nelle collane dei Minotauri Le Gorgoni di Teseo Editore.
Giorgio conduttore dell’azienda familiare è un poliedrico personaggio, profondo conoscitore della sua terra, della sua storia che già in passato aveva trasportato oltre che dentro la bottiglia anche sulla tela tanto da produrre una personale esposta lo scorso anno a Bologna, diverse citazioni sui cataloghi d’arte ed esposizioni anche all’estero.
Questo però rimane un blog di vino e non di arte, per cui rientriamo subito nel tema.
Il territorio di Erioli è Bazzano nella parte alta in cui si inizia a salire verso Monteveglio, mentre il vino è il Bologna Doc frutto di un vinaggio di Cabernet Sauvignon in prevalenza e saldo finale di merlot, affinato per 24 mesi in barrique e tonneau usati  prima di affinarsi in bottiglia.
La bottiglia è la classicissima bordolese con un’etichetta un po’ vintage d’impostazione con il logo aziendale e le scritte rosse su fondo bianco.
Alla mescita il Samodia è rosso rubino intenso, riflessi granati a ricordarci i 6 anni di invecchiamento, mentre il profumo è un ampio e armonico bouquet giocato sulla frutta e sulle spezie. Le prime sensazioni sono di frutta matura, quasi in confettura, prugna, ciliegia, fragole e lamponi, una piccola sventagliata di viola e peonia prima di virare deciso ed arrembante sul terziario di spezie dolci, un po’ di vaniglia, cannella, pepe a gogo qualche traccia ematica sul finire si avvinghia al misurato vegetale frutto di un mix di peperone ed erba umida tagliata. Profumi intensi e persistenti molto armoniosi che cambiano col passare del tempo regalando nuove sensazioni ad ogni olfazione.

Sono normalmente propenso a dividere i vini in ampi o verticali, ma la prima sensazione che provo in bocca è la profondità. Entra in bocca con vigoria, ora prepotente, ora suadente, sensazioni morbide che pongono la beva in equilibri. Succoso e carnale, croccante e fragrante con un tannino autoritario ma di una bella eleganza frutto di una trama fitta e vellutata. Le sensazioni gliceriche sono alte, ma il calore e l’alcool sono ben integrati e contro supportate da una spalla acida di tutto rispetto, ponendolo al tempo stesso, in questa fase, ad un equilibrio pressoché ideale, tanto che queste sensazioni calde non risultano pesanti.
Beva anch’essa piena e goduriosa, lunga e persistente con una bella coda sapida di tratto minerale.
Consiglio di degustare questo Samodia 2008 in ampi calici a ballon e con una apertura anticipata di diversi minuti, in modo da far respirare il vino ed armonizzare i profumi.
Come abbinamento migliore consiglio di degustarlo con un classico antipasto all’italiana a base di salumi, con primi piatti a base di paste sfoglie al mattarello con ragù di carni rosse o cacciagione.
Con i secondi piatti trova impego con arrosti e carni alla griglia, anche carni saporite come cacciagione o  ovini. Io l’ho abbinato ad un castrato alla griglia con insalata, un abbinamento assai riuscito in quanto la corposità e intensità della carne di pecora era perfetta con la corposità e intensità del vino.
Regge magnificamente il calice del giorno dopo, anzi, forse ancor migliore, questa volta abbinato ad una piadina salsiccia e cipolla, ed anche questa volta l’abbinamento mi ha soddisfatto, il mix tra freschezza e tannino del vino ben spalleggiavano il vero fast food romagnolo.

Vino perfetto da degustarsi nell’importante pranzo domenicale o nelle feste in famiglia  ricordando che l’abbinamento migliore è sempre quello di condividerne un calice con la persona amata

venerdì 20 marzo 2015

Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo

Con molta presunzione, ma un minimo di fondatezza posso dire di essere un conoscitore del mio territorio, della mia regione, della mia provincia e dei miei colli, se non altro ci studio, ci leggo mi documento.  Sono da sempre un sostenitore del nostro terroir e di conseguenza pignoletto, e spesso mi trovo a discutere di questo vino. La cosa è molto più semplice se a suo supporto delle tue parole  ti capita un pignoletto del genere. Difatti la bottiglia di quest’oggi è il Bersot 1933 Pignoletto Emilia IGP 2012 di Gradizzolo.
Gradizzolo è a Monteveglio, nella zona di maggior vocazione, in mezzo a boschi e vigneti, su terreni argillo calancuosi. La vigna che da origine a questo vino è del 1933 ed è quella piantata dal nonno di Antonio Ognibene, oggi titolare di Gradizzolo. Due sole tornature allevate a Guyot e con assoluto rispetto della natura. Banditi composti chimici, solamente rame e zolfo e i preparati biodinamici, 500 per il terreno, 501 per la vigna  e il sovescio, spesso fatto con favino e pisello. Vendemmia attenta e manuale, pressatura e vinificazione in bianco ed in acciaio. Un anno dopo passa in bottiglia, chiarificato solamente con travasi, qualche mese ed esce in commercio.
La bottiglia è la champagnotta con una bellissima etichetta semplice, chiara ed elegante che denota l’attenzione per un vino sopra la media.
Appena versato si evince un bellissimo colore giallo paglierino, quasi dorato, pieno di luce e luminosità. Il naso è suadente, evoluto, note dolci di frutta matura, frutta esotica, mango, ananas e papaya, qualcosa di nostrano di media grtandezza e soda, tipo la susina gialla e un po’ d’agrume con un fragrante cedro, poi nello scaldarsi i profumi hanno una sferzata verso un fresco vegetale. Note armoniose di macchia mediterranea un mix di salvia timo e maggiorana che s'intreccia alla begoniae ginestra. In bocca entra preciso, lineare e dinamico, succoso e preciso. Il Bersot come dicevamo è un 2012, quindi già con 2 anni di affinamento in bottiglia, affinamento che lo ha ammorbidito, difatti ora è in equilibrio pressoché perfetto. L’ancora grande acidità è mitigata da un corpo di livello ed ad un accenno tannico che asciuga la beva. Bevuta lunga e persistente, sicuramente interessante e gradevole, giocata su un’eleganza e finezza che pone questo pignoletto come uno dei riferimenti della tipologia. Durante la lunga persistenza si apprezza una striscia di sapore sapida di netto ed affascinante matrice minerale.
Consiglio di degustare il Bersot ad una temperatura di 14-16°, ed in calici di media grandezza a forma di tulipano.
Come abbinamento è perfetto con la tipica cucina emiliana e bolognese. Tortellini e passatelli chiaramente in brodo, ma anche la classicissima zuppa imperiale. Buona l’idea anche con primi piatti a base di verdure come asparagi o di pesce, in ques’ultimo caso mi indirizzerei verso pesci bianchi e cotture leggere.
Io l’ho abbinato ad un branzino al sale, abbinamento interessante in quanto il corpo del vino si sposava egregiamente con le carno sode e non intrinseche di sapore del pesce.

Consiglio di degustarlo nei classici pranzi domenicali in famiglia, dove chiacchere e allegria non mancano mai, ma dove anche la cucina un po’ più elaborata e grassa si addice meglio all’importanza di questo vino. L’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o più con la persona amata, la conquisterete, o terrete legata a voi, con suadente eleganza e raffinata classe. 

mercoledì 11 marzo 2015

Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino,

Verso la fine di un periodo critico e buio che mi ha tenuto un po’ lontano da questo blog mi
i è venuta voglia di infrangere la mia personale austerity enogastronomica, concedendomi una bella boccia da bere. Ovviamente nel frattempo ho degustato assaggiato e commentato, ma una bevuta per il piacere di farla non me la ero concessa. Cosa sceglie un enostrippato per il neo battesimo?
Niente di più semplice che un Verdicchio base. Semplice si, ma troppo, se andiamo, come ho fatto io, a scegliere una bottiglia di Lucio Canestrari, fautore sovversivo della Fattoria Coroncino. La bottiglia in questione è Il Coroncino Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2012 di Fattoria Coroncino, recuperata in un divertentissimo quanto freddo pomeriggio di fine agosto 2014 in compagnia dell’amico Andrea Marchetti di Intravino.
Coroncino e Lucio non hanno certo bisogno di questo blog per far parlare di se, per cuoi mi  soffermo solo sul fatto di come un un romano, trapiantato nello jesino abbia talmente creduto nell’autoctinicità del verdicchio da diventare un cavallo da tiro di un movimento, coniando al tempo stesso la sua famosa massima: “Ndo arivo metto ‘n segno”. Che non è una frase megalomane ma va intesa “io arrivo dove arrivo…”.
Il territorio è Staffolo, primo cocuzzolo degli appennini sopra Jesi che domina l’Adriatico , terra vocatissima per dar luce a dei signori verdicchi coltivato nel rispetto più assoluto dell’equilibrio uomo terra.
La bottiglia è la classicissima bordolese sormontata da un’etichetta multicolor di stile futurista   con il logo aziendale rosso e un alternarsi di grappoli d’uva bianca e nera  a fasciare.
Appena versato mostra un colore giallo paglierino pieno e carico con riflessi leggermente dorati, basta accostare il naso per essere invasi da profumi freschi ed estivi. Note di ginestra, biancospino ed un po’ di finocchietto immediate lasciano il posto al frutto con l’aumentare della temperatura pesca col pelo, susina ananas per chiudere con la vena quasi gessosa del minerale con scia di rosmarino in fiore.
In bocca entra dritto e preciso, franco, quasi crudo, con un sensazione tutto sommato morbida, probabilmente dovuta all’annata calda che ha tolto un poco di acidità ma portando il vino in un empirico equilibrio tra l’acidità, per l’appunto, e la grande sapidità ovviamente lasciata dalla vicinanza dell’Adriatico. Questa sapidità risalta ancor di più nel lungo finale persistente, dove c’è un ritorno del frutto, stavolta secco che mi riconduce alla nocciola e alla mandorla. Corpo e struttura di tutto rispetto sostengono a meraviglia la parte consistente d’alcool (14%) che contribuisce così anch’essa a tenere in equilibrio il vino. La cosa che mi piace di più di questo vino è la sua schiettezza, il suo essere senza fronzoli e senza “pippe” come diciamo qua a Bologna. Accosti il naso ed immediatamente sei catapultato in piena estate, tra sole e mare, infradito e tanga. Sorseggi il calice e la mente va fluttuando in positività, come solo i piaceri sanno dare. Calice non impegnativo ma assolutamente mai banale e che sorso dopo sorso e non lascia spazio ai compromessi. Ndo arivo metto ‘n segno.
Consiglio di degustare questo Coroncino 2012 in calici a tulipano di media grandezza, ad una temperatura si fresca, ma non fredda.
Come abbinamento c’è solo l’imbarazzo della scelta, se ci concediamo un intero pasto a base di pesce, questo calice può essere tranquillamente un perfetto compagno dall’inizio alla fine. Io sinceramente avevo voglia di bere bene, non avevo voglia di trafficare ai fornelli per cui c’ho abbinato a dei semplici bastoncini di merluzzo al forno, abbinamento che oscilla tra il sacro 8del vino) ed il profano (dei bastoncini) passando dal Diavolo (sempre dei bastoncini) all’acqua santa, (sempre del vino).
Sul calice del giorno dopo non posso scendere in tecnicismi, non me ne è rimasto!

Vino perfetto per essere consumato nel pranzo domenicale in famiglia, ricordando che l’abbinamento migliore rimane quello di condividerne un calice o due con la, le persone amate!

venerdì 23 gennaio 2015

GS 2011 Ravenna Sangiovese IGT Costa Archi


Sono cresciuto enologicamente parlando con qualche convinzione radical popolare, tra queste che il vino buono si fa dalla collina in su e in zona vocata son esposizione a sud. Poi imbocchi la via Emilia da Castel San Pietro dove abito, direzione mare, pochi chilometri dopo Imola passata una serie pericolosa di autovelox arrivi nel primo ravennate alle porte di Castel Bolognese, sali un altro paio di chilometri dalla via Emilia e trovi Costa Archi. Piccola azienda che in quasi pianura e fuori dalla storicità del sangiovese tipico sforni due autentici fuoriclasse l’Assiolo, sangiovese d’ingresso e la nuovissima riserva GS. Basta parlare con il titolare Gabriele Succi per avere una risposta. Gabriele ti spiega tra un assaggio e l’altro, che è realmente fuori dai cru romagnoli, ma il vino nella sua zona lo si è sempre fatto d'altronde è la sottozona Serra, ma più che venderlo lo si beveva. Questa considerazione mette da sola il buon umore, ma non spiega in assoluto il motivo di tanta bontà se non aggiungiamo l’estrema bravura di Gabriele che coi grappoli ci sa fare davvero.
Per la recensione di quest’oggi tra le perle di Gabriele ho scelto il GS 2011 Ravenna IGT Sangiovese, vino frutto in una singola vigna alla prima uscita in assoluto.
L’etichetta è un esempio di eleganza e finezza, unisce lo stile vintage all’eleganza della pulizia. Caratteri nitidi e ricercati su un pregevole fondo beige anticato.
Alla mescita il colore è un rosso rubino luminoso con nitidi riflessi granati, accostando il naso si è invasi da un profumo tanto evoluto quanto suadente, sentori morbidi di terziario in equilibrio ma in maniera dinamica, cuoio e cacao, poi un paio di roteazioni del calice, non di più, e viene fuori prepotentemente il frutto, ribes, prugna e arancia sanguinella con tanto di foglie frutta al pieno della vigoria soda e croccante e sul finire torna le spezie, tabacco cannella e noce moscata a completare il bouquet dove non manca anche un accenno di calore.
Passando all’assaggio il GS entra in bocca con grande intensità, succoso al limite del carnale, riempie il cavo orale in ampiezza, tannino ancora esuberante e invasivo, ma di grande fattura con una fitta tessitura che non mostra ne spigolature ne sfaccettature, ottima la freschezza che dona sprint alla beva oltre che a garantire grande longevità.
Praticamente infinito nella persistenza dove si gode nel retro gustativo della croccantezza del frutto sempre con l’imperiale agrume e della intrigante sapidità di tratto minerale.
In poche parole un grande, grandissimo vino che regala una goduriosa e appagante bevuta, appena frenata dalla gioventù, ma che bevuto adesso non lascia pensare a quei termini infausti che spesso si leggono che rimandano agli infanticidi. Questo principalmente per due motivi, il primo perché infanticidio è una cosa seria e non riconducibile ad vino, secondo perché già in questa fase questo straordinario GS 2011 regala grandi emozioni, calice dopo calice. L’unico difetto è che in men che non si dica ti trovi la bottiglia vuota.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano, con una discreta apertura superiore, ed ad una temperatura di 18 - 20°. Come abbinamento il GS è perfetto con tutti i piatti ricchi della tradizione romagnola a base di carne, tagliate arrosti e grigliate, ma anche con primi piatti ricchi, tagliatelle al ragù o con cacciagione. Io l’ho abbinato al “castrato” taglio di pecora tipico del mio essere castellano. Abbinamento pressoché perfetto, l’a fibrosità della carne si sposa a meraviglia con quella del vino e la sua “piccantezza” ben si addice alla leggera vena selvatica del castrato romagnolo di terra emiliana.
Per finire, quando bere questo vino? ovviamente essendo un vino importante va abbinato ad una cena importante, sia lavorativa che familiare, senza dimenticare gli amici, altrimenti saranno guai.

Ma se avete una compagna appassionata del buon bere, non mancate di stapparne una bottiglia assieme perché non c’è abbinamento migliore che condividerne un calice o più con la persona amata. 

lunedì 12 gennaio 2015

Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo

Che il sangiovese sia un grande vitigno ormai è cosa nota, che il sangiovese anche in  Romagna dia ottimi vini ormai sta diventando cosa nota. Questa mia convinzione negli ultimi mesi ha avuto una conferma ed una spinta, difatti gli ultimi tempi diversi debutti hanno fatto il botto.
Tra questi anche il Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo di Brisighella.
Questo sangiovese cresce per mano di Filippo Manetti, grande conoscitore del tuo territorio e grande conoscitore di agronomia, che con assoluta maestria amministra le sue vigne e la sua cantina. Uso il termine amministra, perché il tutto è condotto in perfetto equilibrio, senza l’ausilio dei prodotti di sintesi o di altre alchimie moderne. Anche in cantina l’attenzione è altissima, la cura maniacale. I terreni sono posti nelle vicinanze di Brisighella, in una minuscola borgata all'interno di una vallata che riempie gli occhi ed il cuore. Qua Filippo ha scelto di vivere con il figlio e la compagna anche se la comodità e la scuola inducono a passare l’inverno nella vicina Faenza. Conoscevo già Filippo e i suoi vini, ammetto che prediligevo i suoi bianchi leggermente macerati, di carattere e personalità, tra i rossi mi indirizzavo sul Fieni blend di romagnolosità, così quando l’amico Marco Panichi a tradimento mi sottoponeva un calice di questo Oudeis alla cieca ho avuto un sussulto a seguito della bontà. .
La bottiglia è la classica bordolese scura, l’etichetta in stile retrò riporta tutte le informazioni sul davanti, come a mostrare le mani in segno di trasparenza.
Alla mescita il vino risulta limpido e luminoso nel suo rosso rubino leggermente scarico e quasi granato. Accostando al naso il calice ho subito la sensazione di eleganza, finezza e pulizia. Profumi di estrema pulizia, con un sottobosco invitante, maturo ma non passato, terziario leggero di spezie da chiodo di garofano, cannella, cioccolato fondente e un po’ di tabacco, chiudendo con una vena mentolata quasi balsamica. Passando all'assaggio la prima cosa che mi colpisce, è la sua sottigliezza che lo rende particolarmente fine ed elegante rimando in perfetta coerenza col naso.
Intensa la sorsata che evidenzia una trama tannica abbastanza fitta ma molto vellutata e senza spigolature che permette al vino di girare in bocca che è un piacere, supportato anche da una freschezza intensa che donerà una discreta longevità e rende piacevole la beva. Corpo come dicevo non troppo pronunciato, quasi snello, ma non leggero, alcool nella media con i suoi 13.5°, ma integrati a meraviglia. Estremamente lungo di persistenza dove si viene invasi da un retro gustativo croccante nel frutto e chiaramente speziato, il tutto impreziosito da una striscia sapida minerale. In poche parole un ottimo vino, o meglio, un grande vino che esce dal solito format del sangiovese di Romagna, quindi non più estrazione di frutto, irruenza e rusticità tannica, ma uno stile più elegante, più fine come se il sangiovese avesse messo l’abito da sera per passare dal palcoscenico di una sagra a quello di un teatro.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano ed ad una temperatura ambiente di 18°. Come abbinamento è indicato con piatti importanti a base di carne, primi piatti meglio se al mattarello e con ragù di carne, anche selvaggina. Con le portate successive è indicato con arrosti e soprattutto carni alla griglia. Perfetto anche con formaggi di buona stagionatura, parmigiano 36 mesi, il Du Mut ed un buon ragusano.

Io l’ho abbinato ad un piatto di casarecci trafilati al bronzo con ragù al coltello di capriolo, abbinamento che mi ha entusiasmato per l'effetto appagante dell'insieme, il corpo del ragù non veniva sovra a
vanzato da quello del vino, che con il tannino elegantemente asciugava la bocca impreziosendola di sensazioni speziate e la preparava per il boccone successivo.
Perfetto da degustarsi in un'importante cena, anche a lume di candela, e per conquistare il partner con la potenza elegante e mai invasiva, perchè non c'è abbinamento migliore che condividerne un calice con la persona amata.