lunedì 12 gennaio 2015

Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo

Che il sangiovese sia un grande vitigno ormai è cosa nota, che il sangiovese anche in  Romagna dia ottimi vini ormai sta diventando cosa nota. Questa mia convinzione negli ultimi mesi ha avuto una conferma ed una spinta, difatti gli ultimi tempi diversi debutti hanno fatto il botto.
Tra questi anche il Oudeis 2011 Ravenna Sangiovese IGT di Vigne San Lorenzo di Brisighella.
Questo sangiovese cresce per mano di Filippo Manetti, grande conoscitore del tuo territorio e grande conoscitore di agronomia, che con assoluta maestria amministra le sue vigne e la sua cantina. Uso il termine amministra, perché il tutto è condotto in perfetto equilibrio, senza l’ausilio dei prodotti di sintesi o di altre alchimie moderne. Anche in cantina l’attenzione è altissima, la cura maniacale. I terreni sono posti nelle vicinanze di Brisighella, in una minuscola borgata all'interno di una vallata che riempie gli occhi ed il cuore. Qua Filippo ha scelto di vivere con il figlio e la compagna anche se la comodità e la scuola inducono a passare l’inverno nella vicina Faenza. Conoscevo già Filippo e i suoi vini, ammetto che prediligevo i suoi bianchi leggermente macerati, di carattere e personalità, tra i rossi mi indirizzavo sul Fieni blend di romagnolosità, così quando l’amico Marco Panichi a tradimento mi sottoponeva un calice di questo Oudeis alla cieca ho avuto un sussulto a seguito della bontà. .
La bottiglia è la classica bordolese scura, l’etichetta in stile retrò riporta tutte le informazioni sul davanti, come a mostrare le mani in segno di trasparenza.
Alla mescita il vino risulta limpido e luminoso nel suo rosso rubino leggermente scarico e quasi granato. Accostando al naso il calice ho subito la sensazione di eleganza, finezza e pulizia. Profumi di estrema pulizia, con un sottobosco invitante, maturo ma non passato, terziario leggero di spezie da chiodo di garofano, cannella, cioccolato fondente e un po’ di tabacco, chiudendo con una vena mentolata quasi balsamica. Passando all'assaggio la prima cosa che mi colpisce, è la sua sottigliezza che lo rende particolarmente fine ed elegante rimando in perfetta coerenza col naso.
Intensa la sorsata che evidenzia una trama tannica abbastanza fitta ma molto vellutata e senza spigolature che permette al vino di girare in bocca che è un piacere, supportato anche da una freschezza intensa che donerà una discreta longevità e rende piacevole la beva. Corpo come dicevo non troppo pronunciato, quasi snello, ma non leggero, alcool nella media con i suoi 13.5°, ma integrati a meraviglia. Estremamente lungo di persistenza dove si viene invasi da un retro gustativo croccante nel frutto e chiaramente speziato, il tutto impreziosito da una striscia sapida minerale. In poche parole un ottimo vino, o meglio, un grande vino che esce dal solito format del sangiovese di Romagna, quindi non più estrazione di frutto, irruenza e rusticità tannica, ma uno stile più elegante, più fine come se il sangiovese avesse messo l’abito da sera per passare dal palcoscenico di una sagra a quello di un teatro.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a tulipano ed ad una temperatura ambiente di 18°. Come abbinamento è indicato con piatti importanti a base di carne, primi piatti meglio se al mattarello e con ragù di carne, anche selvaggina. Con le portate successive è indicato con arrosti e soprattutto carni alla griglia. Perfetto anche con formaggi di buona stagionatura, parmigiano 36 mesi, il Du Mut ed un buon ragusano.

Io l’ho abbinato ad un piatto di casarecci trafilati al bronzo con ragù al coltello di capriolo, abbinamento che mi ha entusiasmato per l'effetto appagante dell'insieme, il corpo del ragù non veniva sovra a
vanzato da quello del vino, che con il tannino elegantemente asciugava la bocca impreziosendola di sensazioni speziate e la preparava per il boccone successivo.
Perfetto da degustarsi in un'importante cena, anche a lume di candela, e per conquistare il partner con la potenza elegante e mai invasiva, perchè non c'è abbinamento migliore che condividerne un calice con la persona amata.
    

martedì 23 dicembre 2014

Migliori assaggi 2014

Ed eccoci a fine anno.
Normalmente la fine dell’anno vuol anche dire tempo di bilanci, il momento in cui ci si guarda indietro, si tira una bella riga e si fa un sunto.
Il mio, essendo un blog vinicolo corrisponde con i miei migliori assaggi del 2014, quelli più meritevoli e che mi porterò dietro.
Sicuramente avevo in testa una classifica diversa, neanche tanto leggermente diversa, ma rileggendo la mia Moleskine a ritroso e guardando le mie valutazioni, qualche sorpresa e qualche sobbalzo c’è stato.
Al 10° posto il Milleunanotte 2006 di Donna Fugata, forse di stile vintage, ma averne di bottiglie di questo genere, appagante nella sua frutta matura e sotto spirito, morbido e vellutato di tannino, corpo e struttura importante bella beva.
Al 9° la Riserva dell’Abate 2007 di Abate Nero, un Trento Doc con 60 mesi sui lieviti. Bel vino centrale e verticale, forte acidità al limite del tagliente. Minerale e sapido con un elegante e ben fatto perlage.
All’8° posto il Macchiona 2005 de La Stoppa, naso e bocca in ottimo equilibrio, eleganti, fragranti e croccanti, quasi succosi. Note di frutta nera e rossa matura, mix di spezie con note vinose e un po’ di residuo zuccherino. Morbido e fresco, tannino vellutato di bella fattura, ottima bevibile.
 7° posto il Turriga 1997 di Argiolas, 17 anni sulle spalle e non sentirli, struttura e corpo di assoluto livello, intrigante trama tannica di vellutata fattura, fresco e sapido di beva appagante.
Al  6° posto la Grande Annèe 2004 di Bollinger con naso da bouquet elegante magistrale morbidezza ed in perfetto equilibrio
Al 5° posto il Pignol 2001 di Bressan, fine ed elegante al naso, sottile ma intenso e persistente in bocca, trama tannica affascinante e vellutata che non intacca la vena acida. Affiancare alla idea dell’uomo Rude la finezza di questo Pignol mi ha aperto ad altre considerazioni ma soprattutto ad una certezza: riberrò questa 2001.
4° posto per la Barbera 2010 de Il Monticino di Zola Predosa, raro esempio di eccellenza dei bistrattati colli bolognesi. Fine, elegante, naso di assoluto richiamo e importante, frutto rosso croccante e netto spezie ad impreziosire, bocca anch’essa elegante e snella ma ben composta, acidità e tannino ben mitigati da un sapiente uso del legno.
Ed eccoci al podio, 2° gradino per il Però Vigne Vecchie di Isola dei Nuraghi S.A. Panevino grandissima bevuta di un vino tutt’altro che facile. Naso importante ed evoluto, sia molto intenso che con un vigoroso tannico, chiude netto ed asciutto mostrando un grande carattere.
2° posto per il nuovo GS 2012 Romagna sangiovese di Costa Archi, azienda quasi della piana Romagnola al confine col bolognese che realizza un vino di rara bellezza, naso evoluto frutta viva e croccante, qualche petalo di rosa e viole, e spezie quasi orientali, tabacco, cioccolato e tostatura da caffè. In bocca invece è centrato nel retro gustativo, pieno e ricco, intenso e persistente, si allarga che è una meraviglia e tutto sommato abbastanza facile da bere.


Lo scettro del miglior assaggio lo riservo alla Grande Cuvée di Krug, ebbene si, un vino d’ingresso aziendale, ma che ingresso, al limite dell’erotico, naso stratosferico ricorda la primavera il primo tepore dopo mesi di freddo, assoluto equilibrio empirico, perlage setoso e vellutato, nessuna sbavatura, neppure cercandola con il lumino, impossibile appoggiare il calice, rasenta i cento centesimi. Assaggiato ben 2 volte, ed entrambe le volte ho avuto le stesse identiche impressioni.
Dimenticavo, quest'anno ho passato di poco i 1300 assaggi...

lunedì 15 dicembre 2014

Rosè Brut 2011 Lambrusco di Sorbara DOC Metodo Classico di Quinto Passo

E’ indubbio, il lambrusco sta vivendo un periodo d’oro.
E’ indubbio, il lambrusco è di moda.
E’ Indubbio, le bollicine stanno vivendo un periodo d’oro e di gran moda.
A questo uniamo una schiera di aziende di Lambrusco che stanno tornando a lavorare bene, aziende sia nuove che di storiche. Tra queste sicuramente c’è Cleto Chiarli, che da ormai più di un secolo e mezzo, 154 anni per la precisione, produce signori lambruschi che in più circostanze hanno lasciato il segno. Praticamente l'azienda è nata un anno prima dell'unità d'Italia.
La nuova vita del lambrusco ha messo le fondamenta su due metodi di lavorazione in particolare, l’ancestrale o rifermentazione in bottiglia e il Metodo Classico, e come territorio ha trovato nel  filone sabbioso di Sorbara l’acidità giusta per supportare quest’ultima metodologia.
Probabilmente Chiarli è l’azienda più storica operante nella provincia di Modena, e nonostante sia ubicata a Castelvetro produce lambrusco anche con la DOC Sorbara. Il vino che degustiamo quest’oggi è il Rosè Brut 2011 Lambrusco di Sorbara Spumante DOC Metodo Classico di Quinto Passo, marchio di Chiarli. Quinto perché cinque è il numero delle generazioni che si sono susseguite, cinque è il numero dei cugini che la governeranno e cinque è il numero degli artefici di questo nuovo passo. Tra l’altro 5 sono anche i passi fatti dall’inizio ad oggi, difatti si è partiti nel 1860 con il metodo ancestrale, fine anni ‘50 arrivano le primi autoclavi del metodo Martinotti, negli anni ’90 l’intuizione del marchio Cleto Chiarli, infine il metodo classico per arrivare a l’ultimo passo, il quinto per l’appunto.
Già il packaging della confezione fa parlare di se, una scatola bellissima con 4 sole bottiglie e per giunta incellofanate singolarmente. La bottiglia è altrettanto bella nel suo vetro completamente trasparente a rendere giustizia al colore del vino, l’etichetta è di assoluta eleganza in stile vintage e dona importanza.
Il Rosè Brut è un Sorbara in purezza  e la bottiglia che assaggio è della vendemmia 2011 con sboccatura di Giugno 2014, quindi con almeno 24 mesi di sosta sui lieviti.
Alla mescita il colore è un rosa antico, buccia di cipolla, luminoso e brillante, il perlage è fine, numeroso e pressoché continuo. Portando al naso il calice si viene invasi da un pout pourri di profumi sia intensi che persistenti e soprattutto eleganti. Su tutto note di crosta di pane integrale, croissant salato, piccoli frutti di bosco , di marasca e tanta fragolina. In bocca entra deciso, autoritario a tratti tagliente con una muscolarità che sottolinea l’assoluto carattere. Mostra un corpo tutto sommato snello ma molto scattante, fresco e molto acido, spostato con eleganza sulle componenti dure che comunque non ostacolano la beva. Lungo, quasi lunghissimo di persistenza dove si apprezza una sapidità minerale intrigante e ben armonizzata. Chiude a scemare sul frutto lasciando una nota assolutamente elegante e leggermente amarognola che richiama il sorso successivo.
Consiglio di degustarlo freddo, 8°/9° ed in calici modello Metodo Classico a tutt’al più a forma di tulipano di medie dimensioni, in modo da armonizzare al meglio i profumi e non ostacolare il lavoro del suadente perlage.
Come abbinamento è perfetto con salumi affettati da aperitivo, provatelo con qualche fetta di culatello e ne trarrete godimento. Bene anche per iniziare il pasto con primi piatti leggeri a base di verdure. Perfetto anche con pesci importanti sia cotti che crudi, gamberi rossi di Marzara, astice ed aragosta, tonno e ricciole. Io l’ho abbinato ad una tartare di tonno ed un hamburger di gamberi con un pizzico di gorgonzola, abbinamento a tratti entusiasmante che valorizzava e supportava a meraviglia la particolarità della carne giocando sull’intreccio gustativo che si creava nell’intreccio dei sapori.
Perfetto anche da degustarsi da solo per regalare e regalarsi un piccolo piacere della vita.

Il Rosè Bruti di Quinto Passo è ideale per una romantica cena a due sia per festeggiare un appuntamento che per iniziare un nuovo percorso assieme, perché non c’è abbinamento  migliore che quello di condividere un calice o più con la persona amata.

lunedì 24 novembre 2014

Sophia 2013 Campania Campania IGP Cantina Giardino

Mi piacciono le sfide e mi piacciono le cose difficili. Il vino di cui parlerò oggi appartiene proprio a questa fascia, difatti degusteremo il Sophia 2013 di Cantina Giardino.
Vino difficile, impegnativo ma proprio per questo affasciante, Giardino fa parte di quel mondo di vini “culturali” viticultura al limite dell’eroico con vigneti vecchi protetti solo da rame e zolfo ed anche in cantina assolutamente nessuna chimica. In questo anche la vinificazione è spinta al limite dell’estremo, una sorta di ritorno alle origini, fiano con
6 mesi di macerazione dalle bucce con tanto di graspi in anfore di terracotta, fermentazione eseguita dai soli lieviti indigeni,  altri 6 mesi di affinamento in bottiglia prima di uscire sul mercato.
Nasce così un vino, particolare, insolito, che vive in equilibrio sulla linea del difetto senza però oltrepassarla, capace però di emozionare, di trasmettere carattere e terroir nel suo essere vibrante e pieno.
La zona è Ariano Irpino, sinceramente non la conosco, non l’ho mai visitata, ma dopo aver assaggiato questo vino me l’aspetto zona dura selvaggia, arida e calda d’estate, fredda d’inverno.
Ma andiamo con ordine, la bottiglia è la classica bordolese con una bellissima etichetta con raffigurato un disegno astratto di assoluto valore.
Alla mescita il colore è un giallo dorato carico, pieno e velato a ricordarci sia la macerazione che il fatto di essere un vino in pieno sviluppo. Il naso è subito un po’ celato da un po’ di volatile, che con qualche roteazione del calice ed un po’ di tempo si pulisce regalandoci sensazioni complesse ed evolute, attacco vinoso poi frutta a pasta gialla sia soda che matura, pesca, mango e susina su tutto, poi via al intrigante terziario con accenni salviati, qualche nota di maggiorana e timo, alloro per chiudere con una sterzata mentolata e da agrume.
In bocca risulta molto intenso e molto persistente, sicuramente secco di zuccheri, molto fresco e con una bella dose di tannini vigorosi e un po’ ruvidi. Corpo e struttura interessanti e appropriati alla tipologia, ma la cosa che più colpisce è l’assoluta facilità di beva e l’incapacità di riuscire ad appoggiare il calice, questo fiano invoglia alla beva con schiettezza forte di quest’intrigante mix complessivo.
In poche parole questo Sophia 2013 di Giardino, non sarà un vino perfettino, con tutte le sue cose al suo posto, ma un vino di carattere, vibrante a tratti crudo al limite della durezza, capace di comunicare un territorio come pochi in Italia. Se lo paragoniamo ad una donna, non sarà una velina od una modella, ma una di quelle donne mediterranee piene di curve e di fascino che non smetteresti mai di volere al tuo fianco.
Consiglio di degustare il Sophia in ampi calici a tulipano ad una temperatura di circa 14, 15°.
Come abbinamento un vino di tal carattere necessita piatti di altrettanto carattere, per cui trarrete godimento con un bel baccalà sia al forno che mantecato ad accompagnare una polentina, perfetto anche con petto d’anatra al forno, polli ruspanti al forno con patate e peperoni. Per i palati più esigenti lo proverei con l’anguilla arrostita o un bell’umido di rane anche in salsa rossa oppure con le quaglie.
Io l’ho abbinato ad una bella faraona al forno con le patate arrosto, abbinamento riuscito in quanto la freschezza ed il corpo non eccessivo del vino supportavano bene la carne un po’ stopposa del volatile.
Regge bene anche il calice del giorno dopo, forse perfezionandosi ancor di più con l’ossigenazione maggiore dell’apertura anticipate, questa volta abbinato ad una tagliata di petto di pollo.

Il Sophia è perfetto da degustarsi a cena con gli amici appassionati di vino e capaci di ricercare un perché nel calice, mentre l’abbinamento migliore rimane sempre quello di condividerne un calice o due con la o le persone amate.

giovedì 6 novembre 2014

Trebbiano d'Abruzzo 2010 Emidio Pepe

Era un po che non pubblicavo su questo blog, ma come detto nelle "informazioni Personali", voglio parlare solamente di vini buoni che mi siano piaciuti veramente. Purtroppo gli ultimi assaggi non sono stato molto fortunato e molti li ho reputati non meritevoli. Poi un pomeriggio mentre sistemavo cantina, spunta una boccia di Emidio Pepe con il suo Trebbiano d'Abruzzo doc 2010. Portarlo in casa, raffrescarlo pochissimo e metterlo sulla tavola, pardon penisola, è stato un tuttuno.
E finalmente mi sono trovato col mio blocco in mano.
Ma andiamo per ordine. Pepe non ha certo bisogno di presentazioni, una realtà ormai consolidata da anni, una attenzione spasmodica per ogni operazione, che sia di vigna, che di cantina che tantomeno di affinamento.
Uno dei pochissimi produttori che diraspa a  mano e mosta coi piedi, reputandolo lunico metodo che trasmette vitalità al vino, maturazione in cemento, affinamento in bottiglia e, nel caso del rosso, decantazione e rittappatura prima dellimmissione in vendita. Nel nostro Trebbiano dopo laffinamento passa direttamente in vendita.  Zero chimica, zero additivi, zero prodotti di sintesi, sia in vigna che in cantina, una agricoltura biodinamica scelta non per moda ma ormai di lunga data e portata avanti sia da Emidio che dalla figlia Sofia. Viene considerata solamente un poco di solforosa nelle annate bisognose, un uso comunque  che ricorda quello del pepe in cucina, un non nulla per garantire il risultato finale anche a parecchi anni di distanza. Solforosa che però si limita a pochissime decine di milligrammi litro.
Il Trebbiano 2010 ha la bottiglia borgognotta, sormontata dalla loro classica etichetta  in stile vintage con scritte in blu su fondo avorio e verde; simpatica lidea di mettere il numero della bottiglia direttamente sul collarino della bottiglia.
Alla mescita il colore è un limpidissimo e luminoso giallo paglierino con evidenti riflessi verdolini, e questo a ben 4 anni dalla vendemmia. Al naso si rivela particolarmente intenso e persistente, un bouquet elegante ed invitante di sensazioni che spaziano dalla frutta a pasta gialla in fase di maturazione a note di fori di begonia e ginestra che si chiude con un mentolato e salviato di pregevole fattura.
In bocca invece entra dritto e deciso, dinamico, pulsa e vibra di carattere, di decisone, risultando mai banale sorso dopo sorso, ed è veramente difficile fermarsi appoggiando il calice al tavolo. Questo è la prima cosa che penso e noto, poi più tecnicamente posso dire che è un vino sicuramente secco di zuccheri, abbastanza caldo, ottima freschezza che contrastata da uninaspettata morbidezza complessiva che me lo pone in un equilibrio che non pensavo, nonostante una punta avvertibile di tannino. Intenso e persistente , con un corpo di assoluto livello al limite delle sinuosità che ben si nasconde nella semplice ma i banale bevibilità. Soprattutto elegante e lungo di persistenza dove le sensazioni morbide si intrecciano con la folgorante sapidità che ci ricorda che lAdriatico non è poi lontano.
Consiglio di berlo con in un bel calice a tulipano di media grandezza ed ad una temperatura di 12°-14° in modo da armonizzarlo appieno linteressante gioco tra lacidità e i profumi.
Il Trebbiano di Pepe ben si addice a preparazioni a base di pesce, sia di antipasti che di secondi piatti, ovviamente senza dimenticare le paste. Supporta egregiamente anche preparazioni particolari come anguille e capitoni, rane sia fritte che in umido, ma il meglio lo da con il baccalà.
Io lho abbinato ad una battuta di ricciola damo, abbinamento interessante che giocava sulla struttura della battuta e sulla morbidezza del vino, con la forte acidità che ripuliva a meraviglia luntuosità dellolio extravergine doliva. Regge molto bene il calice del giorno dopo, senza accusare segni di decadimento, anzi quasi elevandosi in complessità, questa volta labbinamento ha riguardato un petto danatra al forno, ed anche questa volta labbinamento è stato interessante per larmonia che si era venuta a creare tra il vino e lanatra.
Consiglio di degustare questo trebbiano con persone appassionate e curiose di vini, ma anche nella cena del sabato sera  con il proprio partner perché non cè niente di più bello che condividere un calice con la persona amata.

venerdì 19 settembre 2014

"16" Anime Vigne dei Boschi Ravenna Bianco IGT

Qualche tempo fa, ho partecipato ad una serata fantastica organizzata da Marco Panichi un amico che ha la fortuna di lavorare nelle sue passioni, il vino e il cibo. La serata era una verticale di un signor vino, il 16 Anime di Vigne dei Boschi e si è svolta in uno dei migliori ristoranti di Bologna, il Cambio divinamente condotto dalla sapienza e maestria di Chef Massimiliano Poggi.
La verticale invece era incentrata come dicevamo sul riesling un vitigno né tipico ne autoctono, ne della Romagna, né dell’Appenino, tanto meno di Brisighella. Quella di Vigne dei Boschi è frutto di una selezione di cloni fatta quando ancora non c'era l’idea di riesling di Brisighella di Paolo, se non quella di preferenza verso le espressioni senza residuo zuccherino tipo austriache e Wachau in quanto più capaci di far leggere il territorio
La verticale organizzata da Panichi è stata molto esaustiva in quanto sono stati assaggiati tutti i millesimi prodotti.
Il 16 Anime è un riesling in purezza, della zona di Brisighella, terreno franco calcareo e marmoso della Vigna del Pozzo impiantato nel 1998 ed esce come Ravenna Bianco IGT. Fermenta in acciaio per quasi un mese, per poi passare in vasca, sempre d’acciaio per un altro anno, alcune volte anche due anni. Ricordo inoltre che l’azienda condotta in biodinamica è stata indirizzata sul biologico qualcosa come venti (non è un refuso, ndr) anni fa ed ora in completa “naturalità” sia in vigna che in cantina per produrre vini il più salubri possibile.
La verticale è stata condotta in prima persona da Paolo che ci ha raccontato l’andamento dell’annata e tecniche di vinificazione, che anno dopo anno cambiavano subendo gli aggiustamenti necessari soprattutto per crescita personale .
Siamo partiti, come anche io preferisco, dall’annata più vecchia per poi ringiovanirsi anno per anno.
Il primo assaggio è stato il 2004 che corrispondeva anche con la prima annata prodotta. E’ un 16 anime particolare, l’unico prodotto con l’uso del legno, il tonneau, che effettivamente ha portato ad avere dei terziari importanti, soprattutto spezie dolci e frutta matura. Evidenti anche alcune note terrose, mentre in bocca è esuberante e scattante, morbido e dal finale troncato da un importante residuo zuccherino.
Il 2005 è invece molto intenso con note leggermente saponate. Da questo millesimo Paola abbandona la barrique e il vino acquista snellezza che dona bevibilità, freschezza e sapidità.
Il 2006 non è stato prodotto, per la violenta grandinata di fine luglio che ha defogliato quasi tutte le piante. Passiamo quindi al 2007, dove si iniziano ad avvertire le note da tipiche dell’idrocarburo. Grande acidità e una lunghissima persistenza, figlio anche di una buona annata.
Il 2008 è sul podio dei miei assaggi, la vendemmia ritardata ha dato uve bellissime e perfette, nasce così un riesling con la R maiuscola, intenso e persistente nel suo attacco fruttato e minerale, in bocca è avvolgente e sprigiona ancor oggi una grandissima acidità.
Col 2009 si scende leggermente, è si fresco, ma più sfuggente, sapidità minerale accennata e freschezza  mitigata lo rendono più facile da bere pur mantenendo carattere.
Passando al 2010 si torna sul podio. Anche in questo caso la vendemmia tardiva, forse la più tarda degli ultimi anni. Naso fruttato e floreale molto intenso, non troppo persistente. In bocca è ampio, quasi grasso ma scorre che è un piacere con un finale spiralato di sensazioni sapide.
Il 2011 in piena fase giovanile evidenzia una iper freschezza accentuata da un naso agrumato quasi acerbo. In bocca è verticale, molto intenso seppur con un corpo ancor snello e scattante.
Sulla stessa lunghezza d’onda il 2012 che però risulta più pronto ed appagante tanto da risalire sul mio personale podio. Naso citrino da gioventù qualche accenno da idrocarburo lo tipicizzano. Beva assoluta, quasi tagliente e anche qua corpo snello ovviamente scattante. Anche questa annata è stata abbastanza calda, tanto da anticipare la vendemmia a metà settembre, per via del perfetto equilibrio acidico.
Insomma una grandissima verticale che mi ha permesso di farmi una bella ed interessante panoramica di un vino che ormai è nel mio limbo e nella mia cantina.

Dimenticavo, cosa non erano le cozze di Cattolica preparate da Max, le sogno ancor oggi!!!

giovedì 4 settembre 2014

Verdicchio classico superiore Colli di Jesi Doc Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini

La recente visita in quel di Staffolo (An) mi ha fatto prima conosce, poi portare a casa, questo Verdicchio classico superiore Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini. Non mi dilungherò sulle caratteristiche del terroir, inteso come zona terreno e clima, basta rileggere il post precedente (clicca qua), ma vorrei raccontare un po’ del Sig. Coloccini. Antonio è un’inossidabile agricoltore e viticultore di ben 84 anni, ed è ancora in campo ed in battaglia. Le vicissitudini della vita lo hanno portato alle soglie del nono decennio di vita intravedendo solamente una piccola e lontana fiammella nel futuro. Le tre figlie non hanno mai manifestato l’intenzione di proseguire in questo lavoro, così come neppure il primo nipote che insegue la laurea in economia. Antonio continua sperando, cuore di nonno, nella seconda nipote, appena iscritta a veterinaria. Sicuramente veterinaria non è enologia o agraria, ma sicuramente un minimo di attitudine con la natura c’è.
Nonostante tutto, Antonio da ben 15 anni ha scelto la strada del biologico, e da 11 ha la certificazione, intraprendendo questa strada per vera convinzione e non per seguire la moda nata in questi ultimi tempi.
Segue in prima persona le operazioni in vigna, coadiuvandosi di un paio di fidate persone vendemmiando a mano e usando solo rame e zolfo. Anche in cantina tutte le operazioni e le decisioni spettano a lui in prima persona. Il regime biologico che segue è abbastanza severo, sia in vigna che in cantina, pochissima chimica, zero filtrazioni, nasce così un vino il più corrispondente alla sua filosofia ed all’annata espressa dal terroir.
La bottiglia è la classica sempre bella brodolose sormontata da un’etichetta bianca e verde, sobria e tranquilla abbastanza attuale di impostazione che dà le informazioni necessarie.
Alla mescita si denota un bel giallo paglierino con riflessi verdolini, segno di gioventù, limpido e luminoso, quasi brillante. Accostando il naso al calice, si è invasi da un classico profumo da macchia mediterranea, un susseguirsi di note fruttate e floreali con qualche accenno vegetale. Intenso e molto persistente, impiega qualche attimo a dare il meglio di se. Qualche roteazione del calice mi regala una profumazione semplice, ma allo stesso tempo invitante ed elegante. Note di frutta a pasta gialla in fase di maturazione, susina e pesca nello specifico si intrecciano ad un biancospino e una più fugace ginestra. E’ comunque nella fase della macchia mediterranea che da il meglio di se, un po’ di mentuccia e un po’ di anice ci ricordano che siamo in prossimità dell’Adriatico.
In bocca è più intenso che persistente, mostra fin da subito un buon scatto acido, che sovrasta le sensazioni dolci dell’alcool e degli zuccheri rendendo la beva sicuramente verticale nonostante il corpo sia tutt’altro che esile. Nella fase finale si evidenzia una grandissima sapidità, anzi una grandissima e godibilissima salinità di chiara derivazione adriatica, che semplifica la beva rendendo pressoché impossibile poggiare il calice sul tavolo. Dopo qualche minuto cresce nettamente mostrando un discreto carattere, facendo di quest’ultima, così come dell’intrigante freschezza il suo cavallo di battaglia.
Consiglio di berlo ad una temperatura di 10-12 gradi ed in calici a tulipano di media grandezza.
Come abbinamento è indicato dall’aperitivo fino a diventare a tutto pasto, se decidiamo di farci del bene mangiando dell’ottimo pesce fresco. Possiamo partire dagli antipasti marini, quali alici marinate e capesante anche gratinate per poi proseguire con primi piatti a base di ragù di pesce, purché siano “in bianco” per non incrementare l’acidità col pomodoro. Con i secondi piatti regge bene sia quelli delicati al vapore come quelli un po’ più robusti al forno. Perfetto anche con crudi e carpacci.

Ovviamente regge anche i piatti a base di carne bianca e verdura, secondo me è un ottima idea rallegrarsi con un calice di questa Fonte della Corte in un triste pasto con petto di pollo e verdurine lesse, almeno teniamo su l’umore. Io l’ho abbinato ad un ottimo hamburger “crudocotto” di tonno, abbinamento pressochè perfetto in quanto l’acidità si sposava a meraviglia con l’umido del tonno crudo, ed il suo corpo reggeva bene la parte di tonno cotta. Purtroppo non posso raccontarvi il calice del giorno dopo… finito in un baleno la sera stessa!