venerdì 19 settembre 2014

"16" Anime Vigne dei Boschi Ravenna Bianco IGT

Qualche tempo fa, ho partecipato ad una serata fantastica organizzata da Marco Panichi un amico che ha la fortuna di lavorare nelle sue passioni, il vino e il cibo. La serata era una verticale di un signor vino, il 16 Anime di Vigne dei Boschi e si è svolta in uno dei migliori ristoranti di Bologna, il Cambio divinamente condotto dalla sapienza e maestria di Chef Massimiliano Poggi.
La verticale invece era incentrata come dicevamo sul riesling un vitigno né tipico ne autoctono, ne della Romagna, né dell’Appenino, tanto meno di Brisighella. Quella di Vigne dei Boschi è frutto di una selezione di cloni fatta quando ancora non c'era l’idea di riesling di Brisighella di Paolo, se non quella di preferenza verso le espressioni senza residuo zuccherino tipo austriache e Wachau in quanto più capaci di far leggere il territorio
La verticale organizzata da Panichi è stata molto esaustiva in quanto sono stati assaggiati tutti i millesimi prodotti.
Il 16 Anime è un riesling in purezza, della zona di Brisighella, terreno franco calcareo e marmoso della Vigna del Pozzo impiantato nel 1998 ed esce come Ravenna Bianco IGT. Fermenta in acciaio per quasi un mese, per poi passare in vasca, sempre d’acciaio per un altro anno, alcune volte anche due anni. Ricordo inoltre che l’azienda condotta in biodinamica è stata indirizzata sul biologico qualcosa come venti (non è un refuso, ndr) anni fa ed ora in completa “naturalità” sia in vigna che in cantina per produrre vini il più salubri possibile.
La verticale è stata condotta in prima persona da Paolo che ci ha raccontato l’andamento dell’annata e tecniche di vinificazione, che anno dopo anno cambiavano subendo gli aggiustamenti necessari soprattutto per crescita personale .
Siamo partiti, come anche io preferisco, dall’annata più vecchia per poi ringiovanirsi anno per anno.
Il primo assaggio è stato il 2004 che corrispondeva anche con la prima annata prodotta. E’ un 16 anime particolare, l’unico prodotto con l’uso del legno, il tonneau, che effettivamente ha portato ad avere dei terziari importanti, soprattutto spezie dolci e frutta matura. Evidenti anche alcune note terrose, mentre in bocca è esuberante e scattante, morbido e dal finale troncato da un importante residuo zuccherino.
Il 2005 è invece molto intenso con note leggermente saponate. Da questo millesimo Paola abbandona la barrique e il vino acquista snellezza che dona bevibilità, freschezza e sapidità.
Il 2006 non è stato prodotto, per la violenta grandinata di fine luglio che ha defogliato quasi tutte le piante. Passiamo quindi al 2007, dove si iniziano ad avvertire le note da tipiche dell’idrocarburo. Grande acidità e una lunghissima persistenza, figlio anche di una buona annata.
Il 2008 è sul podio dei miei assaggi, la vendemmia ritardata ha dato uve bellissime e perfette, nasce così un riesling con la R maiuscola, intenso e persistente nel suo attacco fruttato e minerale, in bocca è avvolgente e sprigiona ancor oggi una grandissima acidità.
Col 2009 si scende leggermente, è si fresco, ma più sfuggente, sapidità minerale accennata e freschezza  mitigata lo rendono più facile da bere pur mantenendo carattere.
Passando al 2010 si torna sul podio. Anche in questo caso la vendemmia tardiva, forse la più tarda degli ultimi anni. Naso fruttato e floreale molto intenso, non troppo persistente. In bocca è ampio, quasi grasso ma scorre che è un piacere con un finale spiralato di sensazioni sapide.
Il 2011 in piena fase giovanile evidenzia una iper freschezza accentuata da un naso agrumato quasi acerbo. In bocca è verticale, molto intenso seppur con un corpo ancor snello e scattante.
Sulla stessa lunghezza d’onda il 2012 che però risulta più pronto ed appagante tanto da risalire sul mio personale podio. Naso citrino da gioventù qualche accenno da idrocarburo lo tipicizzano. Beva assoluta, quasi tagliente e anche qua corpo snello ovviamente scattante. Anche questa annata è stata abbastanza calda, tanto da anticipare la vendemmia a metà settembre, per via del perfetto equilibrio acidico.
Insomma una grandissima verticale che mi ha permesso di farmi una bella ed interessante panoramica di un vino che ormai è nel mio limbo e nella mia cantina.

Dimenticavo, cosa non erano le cozze di Cattolica preparate da Max, le sogno ancor oggi!!!

giovedì 4 settembre 2014

Verdicchio classico superiore Colli di Jesi Doc Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini

La recente visita in quel di Staffolo (An) mi ha fatto prima conosce, poi portare a casa, questo Verdicchio classico superiore Fonte della Corte 2012 di Antonio Coloccini. Non mi dilungherò sulle caratteristiche del terroir, inteso come zona terreno e clima, basta rileggere il post precedente (clicca qua), ma vorrei raccontare un po’ del Sig. Coloccini. Antonio è un’inossidabile agricoltore e viticultore di ben 84 anni, ed è ancora in campo ed in battaglia. Le vicissitudini della vita lo hanno portato alle soglie del nono decennio di vita intravedendo solamente una piccola e lontana fiammella nel futuro. Le tre figlie non hanno mai manifestato l’intenzione di proseguire in questo lavoro, così come neppure il primo nipote che insegue la laurea in economia. Antonio continua sperando, cuore di nonno, nella seconda nipote, appena iscritta a veterinaria. Sicuramente veterinaria non è enologia o agraria, ma sicuramente un minimo di attitudine con la natura c’è.
Nonostante tutto, Antonio da ben 15 anni ha scelto la strada del biologico, e da 11 ha la certificazione, intraprendendo questa strada per vera convinzione e non per seguire la moda nata in questi ultimi tempi.
Segue in prima persona le operazioni in vigna, coadiuvandosi di un paio di fidate persone vendemmiando a mano e usando solo rame e zolfo. Anche in cantina tutte le operazioni e le decisioni spettano a lui in prima persona. Il regime biologico che segue è abbastanza severo, sia in vigna che in cantina, pochissima chimica, zero filtrazioni, nasce così un vino il più corrispondente alla sua filosofia ed all’annata espressa dal terroir.
La bottiglia è la classica sempre bella brodolose sormontata da un’etichetta bianca e verde, sobria e tranquilla abbastanza attuale di impostazione che dà le informazioni necessarie.
Alla mescita si denota un bel giallo paglierino con riflessi verdolini, segno di gioventù, limpido e luminoso, quasi brillante. Accostando il naso al calice, si è invasi da un classico profumo da macchia mediterranea, un susseguirsi di note fruttate e floreali con qualche accenno vegetale. Intenso e molto persistente, impiega qualche attimo a dare il meglio di se. Qualche roteazione del calice mi regala una profumazione semplice, ma allo stesso tempo invitante ed elegante. Note di frutta a pasta gialla in fase di maturazione, susina e pesca nello specifico si intrecciano ad un biancospino e una più fugace ginestra. E’ comunque nella fase della macchia mediterranea che da il meglio di se, un po’ di mentuccia e un po’ di anice ci ricordano che siamo in prossimità dell’Adriatico.
In bocca è più intenso che persistente, mostra fin da subito un buon scatto acido, che sovrasta le sensazioni dolci dell’alcool e degli zuccheri rendendo la beva sicuramente verticale nonostante il corpo sia tutt’altro che esile. Nella fase finale si evidenzia una grandissima sapidità, anzi una grandissima e godibilissima salinità di chiara derivazione adriatica, che semplifica la beva rendendo pressoché impossibile poggiare il calice sul tavolo. Dopo qualche minuto cresce nettamente mostrando un discreto carattere, facendo di quest’ultima, così come dell’intrigante freschezza il suo cavallo di battaglia.
Consiglio di berlo ad una temperatura di 10-12 gradi ed in calici a tulipano di media grandezza.
Come abbinamento è indicato dall’aperitivo fino a diventare a tutto pasto, se decidiamo di farci del bene mangiando dell’ottimo pesce fresco. Possiamo partire dagli antipasti marini, quali alici marinate e capesante anche gratinate per poi proseguire con primi piatti a base di ragù di pesce, purché siano “in bianco” per non incrementare l’acidità col pomodoro. Con i secondi piatti regge bene sia quelli delicati al vapore come quelli un po’ più robusti al forno. Perfetto anche con crudi e carpacci.

Ovviamente regge anche i piatti a base di carne bianca e verdura, secondo me è un ottima idea rallegrarsi con un calice di questa Fonte della Corte in un triste pasto con petto di pollo e verdurine lesse, almeno teniamo su l’umore. Io l’ho abbinato ad un ottimo hamburger “crudocotto” di tonno, abbinamento pressochè perfetto in quanto l’acidità si sposava a meraviglia con l’umido del tonno crudo, ed il suo corpo reggeva bene la parte di tonno cotta. Purtroppo non posso raccontarvi il calice del giorno dopo… finito in un baleno la sera stessa!

mercoledì 27 agosto 2014

Staffolo Does It Better 1° edizione

Il week end del 23 e 24 Agosto si è svolto a Staffolo (An) il primo concorso / convegno di “Staffolo does it better” incentrato sulle versioni di verdicchio prodotte sul territorio comunale di Staffolo.
Agli assaggi, rigorosamente alla cieca per decretare il vino più rappresentativo di un’identità di territorio, hanno partecipato: Roberto Orciani di Non Solo Tappo, Andrea Marchetti di Intravino, Francesco Annibali di Doctor Wine e Raffaello De Crescenzo di Cultura Agroalimentare oltre naturalmente ad il sottoscritto in qualità di Presidente di Aies. Un bel mix di provenienze, con degustatori esperti e conoscitori del territorio e altri provenienti da altre zone con esperienze diverse, come il sottoscritto ed Andrea.
Non mi addentrerò nello specifico degli assaggi, delle varie versioni classiche e superiori e dei relativi punteggi, non avrebbe molto senso, i vini, i profumi, le peculiarità sono abbastanza simili nelle descrizioni globali e non vorrei ridurre il tutto alla mera gara. Non è la mia idea, né quella del Comitato di valorizzazione del Verdicchio che mi ha invitato. Mi soffermerei più volentieri sulle particolarità del verdicchio staffolese.
Chiaramente conoscevo il Verdicchio, ma non nello specifico del territorio ristretto, lo conoscevo per le espressioni che più facilmente varcano i confini provinciali e che più facilmente raggiungono Bologna e i tavoli di appassionati degustatori. Nello specifico avevo idea di Staffolo come espressione più grassa e sapida del mondo dei Verdicchi in quanto la prima collina che si alza dalla costa e quindi più soggetta all’Adriatico alla sua brezza e dai suoi terreni più bassi e dalla mano di vignaioli intraprendenti, estroversi e curiosi come La Staffa e Coroncino. Trovarsi davanti 14 produttori con 14 terroir e 14 stili e che girano attorno alla collina quasi a 360° mi ha un attimo confuso le idee.
Il comune è diviso in 4 microzone, Follonica e Spescia, San Martino e San Francesco, Castellareto e Salmagina e Santa Caterina e anche gli assaggi hanno seguito questo schema. Sinceramente ho trovato difficoltoso trarre un sunto di diversità di queste piccole zone, ho ancora un bagaglio gustativo limitato, era il 1° concorso e il mio primo affondo nel territorio. Ho trovato piacevoli e meritevoli espressioni su tutti questi territori e sia tra i classici che tra i superiori. Questo non perché il terroir non particolarizzi il vino, ma perché va sempre aggiunta quella grande variabile che è il vignaiolo, con la sua conoscenza, la sua idea, la sua storia. Spesso questa variabile è quella che rende carattere, che identifica un vino. Certo questi vini dal forte carattere sono più difficili hanno bisogno di più tempo per esprimersi, non sono vini da concorso, ma sono unici. Questo però è un altro discorso.
Tornando allo specifico della manifestazione, alla fine sono emersi 3 vini di zone differenti a contendersi il podio, il Staffa 2013 de La Staffa, del giovane gagliardo e vulcanico Riccardo Baldi, il Frocco 2012 della Tre Castelli e il Salmagìna 2012 di Sandro Finocchi. Al terzo posto il Verdicchio Classico de La Staffa dall’impatto semplice e godurioso, riflessi verdolini, naso tenue ma fine e morbido, bocca bella coerente ben bilanciata, al secondo posto il verdicchio Classico Superiore Frocco de i Tre Castelli, dal giallo dorato, bel naso di attacco legnoso, molti terziari ma ben dosati, bocca più intensa che persistente, molto fresco e acido, buon corpo col finale ad esaltare la sapidità. Il vincitore, anche se è più coerente dire il più rappresentativo è stato il Salmagìna di Sandro Finocchi, giocato su un naso fresco giovanile e allegro, bocca acida con grande freschezza e sapidità, bel corpo sinuoso scattante da velocista.
Torno a casa con una consapevolezza diversa, come poche volte ho visto nella mia storia degustativa, ho trovato in un territorio di soli 24 Km2, come Staffolo una concentrazione di ben 15 produttori che non si facevano la guerra, anzi si confrontano tra di loro di continuo, ma la cosa più bella è più coinvolgente è stato constatare la loro grande voglia di comunicare col mondo esterno di far gruppo senza liti od invidia, ognuno col suo prodotto e il suo stile. Sedersi a tavola, a giochi finiti, con tutti i produttori che ridono e scherzano tra loro, trovare Riccardo Baldi, 24 enne seduto tra Antonio Colloccini che invece di anni ne ha ben 84 e tra Lucio Canestrari della Fattoria Coroncino è stato di un piacere unico e di un’esperienza difficile da ripetere.
Grazie Staffolo.


Articolo scritto e pubblicato per www.accademiasommeliers.it




lunedì 21 luglio 2014

I miei post su wineblogroll

E' con piacere che comunico l'inizio della collaborazione con: Wineblogroll
ora trovere i miei post anche sul portale www.wineblogroll.com.

mercoledì 16 luglio 2014

Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di Federico Aldrovandi

Sfruttando un’ultima fresca serata ho portato in tavola uno dei vini rossi per me più riusciti sui colli bolognesi. Non è ne un cabernet ne una barbera, ma è un altro vitigno internazione, il Merlot. Certo come ben sapete, di base preferisco degustare vini autoctoni, ma di fronte a queste intermpretazioni mi “sacrifico” volentieri. Il vino in questione è l’Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di
Federico Aldrovandi, grande persona, grande conoscitore, grande degustatore e grande amante dei vini d’oltralpe.
L’Altovanto è un merlot in purezza della zona di Monteveglio sulle prime alture dell’appennino, vigne curate in primis da Federico, nella totale anarchia della suo credo. Nessuna certificazione nessuna occlusione mentale, solo l’idea e la voglia di fare un buon vino. Bè, io credo ci sia riuscito.
La bottiglia è la classica bordolese, mentre l’etichetta è rara sintesi di eleganza e fascino con il suo beige chiaro e scritte nere, impreziosite dal nome del vino scritto anche in brail sul retroetichetta.
Alla mescita il colore è un cupo rosso rubino, con qualche riflesso violaceo a ricordare la sua gioventù, mentre il naso è inebriante, fine ed elegante, subito non apertissimo, necessita di qualche roteazione del calice, ma poi si è invasi da profumi di rara finezza ed eleganza. Frutta  rossa matura, quasi sotto spirito, di piccola taglia, come more, ribes, fragoline di bosco, qualche nota verde tipica del merlot, poi tanto terziario a non nascondere la sua infanzia passata in barrique. Nette e franche le sensazioni speziate, sia dolci che piccanti, un elegante susseguirsi di cannella e pepe bianco, tabacco e cuoio, caffè tostato e cacao amaro.
In bocca è sia intenso che persistente, il tannino è ancora agressivo e invadente, ma non scorbutico e arrogante. Le sostanze dure la fanno ancora da padrone, ma il tempo le ammorbidirà rendendolo più beverino. E’ succoso, il frutto è vivo e croccante. La freschezza è intesa a donare sia bevibilità che longevità. La lunga peristenza si riempie di frutto e sapidità dal tratto minerale.
Insomma un grande vino, forse un po’ presto berlo ora, meglio dimenticarlo in cantina per qualche anno. Ma sinceramente non penso di aver fatto uno scempio a stapparlo, è già abbastanza armonioso e equilibrato, chiaramente necessita di un giusto abbinamento gastronomico.
Quest’Altovanto è un bel cavallo di razza muscoloso e vigoroso, un po’ di pazienza e diventerà anche scattante. In questo momento è sicuramente ancora un po’ “duro”, d'altronde il periodo passato in legno è importante, ben 18 mesi, non propriamente un uso cosmetico ma è un uso dosato e voluto e direi centrato sul risultato ottenuto.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a ballon per meglio ossigenarlo e di degustarlo ad una temperatura tra i 18 e 20°.
Come abbinamento trova impego con salumi e formaggi  di buona consistenza e stagionatura per quanto riguarda l’antipasto, anche se iniziare con questo calice è un po’ impegnativo.
Coi primi piatti è indicato con paste all’uovo condite con ragù rossi di carne o di selvaggina. Più indicato invece con i secondi piatti, sia carni rosse e nere, sia al forno che alla griglia, brasati compresi.
Io l’ho abbinato ad una succolenta tagliata di manzo alla rucola, abbinamento pressochè perfetto, la succolenza della carne, rigorosamente in cottura blu veniva ben contrastata ed asciugata dalla vigoria del tannino, mentre il corpo del vino spalleggiava a meraviglia con l’intensita del manzo aromatizzato dalla salamoia bolognese.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa volta abbinato ad una semplice insalata greca, questa volta il vino si è imposto sovrastando il piatto, anche se il pizzicorio della cipolla tropea e la forte sapidita della feta hanno cercato di lottare fino all’ultimo.

Vino perfetto da essere degustato in una bella cena importante, sia per accomagnare allegre chiacchere che per una più intensa chiaccherata col partner a lume di candela; soprattutto perché l’abbinamento ideale rimane sempre quello di condividerne un calice, meglio due, con la persona amata.

lunedì 23 giugno 2014

Dinavolo 2008 di Denavolo

Tutto iniziò una sera di metà gennaio 2011, fuori nevicava e la neve aveva superato i 40 centimetri, il che a Castel San Pietro non è così usuale. La sera prima un’insolita degustazione di abbinamento eno letterario dall'amico Claudio Driol di Canto 31, mi aveva lasciato sul tavolo una bottiglia aperta di Dinavo, non fu amore a prima vista, ma oggi non posso più fare a meno di bermene una bottiglia di tanto in tanto. Ho usato la parola bere perché questo vino è da bere, non da degustare, va goduto per il piacere che da, non ammirato per la “perfezione”. E’ un vino insolito, certamente non per tutti, ma di un fascino unico che non lascia indifferenti, un po’ come una donna, che non sarà perfetta, non sarà mai una modella, o per un paio di chili in più, o per un dente non allineato, ma che con fascino ed amorevolezza ti fa girare la testa perdutamente. D’altronde le modelle vanno bene per una notte, le donne, quelle vere per tutta la vita. Questo è il Dinavolo.
Ma andiamo con ordine, il Dinavolo bevuto quest’oggi è un vino da tavola nella sua versione 2008 prodotto da Denavolo, l’azienda di proprietà di Jacopo e Giulio Armani, quest’ultimo già ecclettico enologo de La Stoppa, e difatti il Denavolo può essere definito la versione “rustica” dell’Ageno. Non fatevi ingannare dalla definizione di vino da tavola, perché in questo caso non è indice di bassa qualità ma è un vero e proprio suggerimento, è un vino da bersi a tavola, d’altronde dove va bevuto un vino se non a tavola?
Il territorio è la Val di Trebbia, Travo per la precisione in provincia di Piacenza ad un’altezza di 500 mt s.l.m. e le vigne crescono su di un terreno chiaro con molto calcare sciolto e scheletro  e sono condotte in assoluto equilibrio naturalistico con l’assoluta mancanza di chimica. Anche in cantina c’è una grande attenzione, lunga macerazione del mosto sulle bucce (difatti questo vino è un “Orange wine”, di quelli tosti ed estremi) uso dei soli lieviti indigeni assenza di solfiti aggiunti e nessuna chiarifica.
Il Denavolo 2008 è assemblato con percentuali variabili di anno in anno di malvasia di Candia, Ortrugo e marsenne più altre uve locali, tutte per l’appunto vinificate in rosso.
La bottiglia è una borgognotta pesante, non so perché ma i pesi delle bottiglie dei vini naturali o meglio dei vini culturali è sempre maggiore di quelli convenzionali, mentre l’etichetta è in un elegante bianco satinato con scritte altrettanto eleganti in blu.
Alla mescita si è subito straniti, il colore è pazzesco, arancione, arancione davvero, meglio ancora, ambra brillante e luminoso, quasi da passito
Basta mettere il naso nel calice per essere ancor più straniti. Profumi intensi e persistenti, terziari a go go. In partenza è presente anche un po’ di volatile, di sensazioni smaltate, ma qualche roteazione del calice e si perfeziona, profumi di frutta a pasta gialla matura, albicocca e pesca, ma anche di frutta essiccata quasi di fico che non virano al dolce, anzi si indirizzano sul mediterraneo, salvia timo maggiorana, un po’ di rosmarino per poi chiudere nuovamente su iodio e zafferano. Profumi che comunque sono molto dinamici cambiando e continuando a cambiare nel tempo. Alche in bocca lascia straniti, la sensazione è di un vino intenso e persistente, particolarmente asciutto, asciugato da un tannino molto evidente e presente, contrastato da un’inebriante acidità ben integrata. Notevole anche la sapidità che è un vero è proprio mix di minerale e salinità, mentre il corpo è si possente ma non potente, alleggerito da un ottima beva, ma quel che più sorprende è l’altissima personalità ed il forte carattere. Difficile definirlo morbido, in questo momento, a  sei anni dalla vendemmia è ancora spostato sulle sostanze dure, il tempo lo ammorbidirà. Certo, è un vino difficile, una sorta di ritorno alle origini, ma di sicuro appagamento anche per la sua evidente succosità. In poche parole un vino che ricorda da vicino quello del contadino di tanti anni fa, ma prodotto con l’integrazione delle conoscenze attuali. Conoscenze che non modificiano il risultato finale, per una volta davvero la sola somma del territorio più il vitigno più l’annata più l’abilità umana.
 Consiglio di degustare il Dinavolo in api calici a tulipano, ed ad una temperatura di cantina, 14° 15° gradi, non meno, per non rendere aggressivo il tannino e per armonizzarlo nei profumi.
Difficile l’abbinamento, in quanto la particolarità del vino richiede cibi particolari, fagiano, oca e anatra, ma anche rane in umido e soprattutto anguilla ai ferri. Perfetto anche con formaggi di media stagionatura e di capra o misti, è indicato anche da bersi da solo dopo cena sorseggiandolo piano quasi fosse un whiskey.
Io l’ho abbinato ad una tagliata di petto d’anatra al forno, abbinamento che mi ha soddisfatto appieno il mix di tannino e di acidità contrastava bene la succosità della carne e il corpo del vino era appropriato all’intensità della carne d’anatra.
Regge meravigliosamente il calice del giorno dopo, anzi forse ancor meglio, la lunga apertura si addice a questa tipologia di vini, rendendoli ancor più gradevoli. In questo caso l’ho abbinato al “resto” dell’anatra cotta però al forno.
Vino ideale da bersi con amici appassionati di vini ed in grado di apprezzare le caratteristiche insolite ed affascianti di questo vino, non nato per piacere ma per dare piacere.

L’abbinamento migliore rimane però quello di condividerne un calice o due con la persona amata 

venerdì 6 giugno 2014

Champagne Encry

L’altra sera ho partecipato ad una interessantissima degustazione organizzata da un amico, ancor prima che degustatore e delegato dell’Onav Bologna, Davide Gallia. La serata aveva lo scopo di presentare la maison di Champagne Encry. Maison di assoluto interesse per diversi motivi, che ora vi elencherò in ordine sparso. Trattasi di uno champagne Gran Cru, e sono solo 17 i comuni a fregiarsi di tale denominazione, la zona è confinante con Krug e Salon, la proprietà si occupa in prima persona di tutto il processo di produzione dalla vigna alla cantina, cioè i récolants manipulants, infine è di proprietà di una famiglia italiana, cosa non da poco in terra francese.
La zona invece è quella stratosferica de Le Mesnil Sur Oger nel cuore della Cotê de Blanc, nella sua parte alta in piena zona Gran Cru, ricca di gesso che dona carattere personalità e peculiarità uniche.
Queste nozioni sono state spiegate direttamente dal titolare Enrico Baldin che con bravura e simpatia ha trasformato questa degustazione in una sorta di visita in azienda. Durante la presentazione ci ha anche illustrato il suo intento di contenere gli interventi in vigna e la sua conversione al biodinamico, parola che in me accende una lampadina, pur considerando l'estremizzazzione dello champagne che è e rimame un vino prodotto alle soglie del 50esimo paralelo e fra produttori che di bio o altro non ne vogliono neppure sentir parlare.
A queste prime premesse aggiungiamo, la caparbietà, l’ottusità, insistenza oltre alla grande bravura di Enrico Baldin che ha
fatto sì che questo marchio che produce appena 30.000 bottiglie (una briciola di fronte alle più di 300.000.000 prodotte nell’intera zona) siano comunque degne di nota e di sicuro interesse.
Diversamente dal solito dalle mie recensioni, parlerò stavolta in generale di tutta la produzione dell’azienda, entrando nel merito delle rispettive etichette.
Filo conduttore dell’azienda è un’estrema raffinatezza di fondo, finezza ed eleganza sono un denominatore comune,. Così come la netta sensazione che ci troviamo di fronte ad una produzione che fa dell’eleganza la sua arma migliore, seppur con nette differenze tra i vari prodotti. In poche parole come se l’intera produzione di Encry sia un bellissimo vestito a festa, quelli che si indossano per i matrimoni, con tutte le “cosine” al posto giusto, camicia e pantaloni perfettamente stirati, camicia che profuma di lavato e cravatta con nodo impeccabile. Questo almeno fino a che non ho assaggiato il Zéro Dosage, dove era evidente e appagante la cravatta allentata e la camicia molto più sborsata… insomma oltre all’eleganza si percepiva personalità e comodità… insomma pensate al momento che dopo una giornata passata con cravatta arriva il momento di allentarla… questo era il Zéro Dosage.
Ovviamente è molto percettibile il netto inseguire un risultato, la costruzione di questi champagne, a tratti il tecnicismo è chiaro e netto. D'altronde come non potrebbe esserlo? Lo champagne è per natura un vino costruito, solo l’abilità e la tecnica umana sanno donare le bollicine a questo nettare.
Ma andiamo con ordine, le bottiglie erano champagnotte con un etichetta nera finissima e molto elegante, che donano pregio ed importanza alla bottiglia stessa.
Il primo assaggio era il Gran Cuvèe Brut, un 36 mesi di chardonnay in purezza, con un aggiunta di un 5% di liquore di tirage. Colore giallo paglierino tenue, con riflessi verdolini e perlage molto importante ma di grana fine ed estremamente gradevole. Al naso le note tostate prevalevano su tutto, nocciole, arachidi, l’immancabile crosta di pane sono nette e franche, così come le successive note agrumate. In bocca è scattante, avvolgente, più intenso che persistente, ma estremamente morbido. Interessantissima la parte minerale al limite del gessoso che impreziosivano la beva caratterizzata dalla bellissima sapidità di tratto minerale.
Queste caratteristiche le ritroviamo nel Gran Rosè Prestige, dove alla stessa metologia di produzione viene sostituito un 5% di chardonnay con del Pinot Nero scelto nella ricercata Bouzy. Questa piccola percentuale è sufficiente per caratterizzare il vino, che vira in note più fruttate di frutta piccola a pasta rossa, che donano anche un bellissimo colore rosa tenue. Anch’esso intenso, leggermente più persistente con una buonissima sapidità percettibile nella sua pienezza di un acidità che dona carattere pur rimando nell’eleganza generale di tutta la beva.
Per terzo vino abbiamo assaggiato quello che per me è stato il re della serata, il Zéro Dosage, anche questo chardonnay in purezza con 36 mesi di permanenza sui lieviti. Colore bellissimo, giallo paglierino intenso, brillante con un perlage continuo di infinite bollicine di bellissima fattura. Naso inteso e persistente che gioca sulle note tostate, floreali che vira in chiusura sull’agrumato dove è netto è franca la sensazione citrina di un cedro in fase di maturazione. In bocca risulta più inteso e più persistente dei precedenti, dai tratti quasi duri e dall’acidità tagliente e verticale. Una bocca di assoluto appagamento, dove l’equilibrio insabile delle sostanze dure, acidità, sapidità sé quai perfetto, l’eleganza e la finezza sono un passo indietro ai precedenti, ma non per questo assenti. Praticamtne la sensazione di un bellissimo vestito da matrimonio, ma reso ancor più comodo ed affasciante dalla cravatta allentata, dalla camicia eccessivamente sborsata e dalla barba incolta. In poche parole un vino di estremo appagamento fisico ed estetico, dalla beva intesa ed appagante che non ti stanchi mai di bere e di appoggiare il calice. Un vino che rasenta i 90 centesimi.
Abbiamo chiuso con una mini verticale di due millessimati sempre di chardonnay in purezza, ma questa volta di 60 meri si permaneza sui lieviti. Il Millésime 2005 era da subito leggermente chiuso, con le tipiche note lievitose non apparicenti, ma dopo qualche minuto si apriva e regalava piacevolezza e finezza. Morbido ed avvolgente, seppur con una discreta acidità che lo rendeva estremamente fresco e scattante.
Il Millésime 2004 che ha chiuso la bella degustazione risaliva ai livelli del Dosage Zerò, strepitosamente bello, naso freschissimo nonostate i 10 anni alle spalle, molto intenso e persistente, giocato sulle note agrumate e di lievito. Anche la bocca è coerente col naso, risultando molto intensa e persitente. Freschezza sostenuta da una bellissima spalla acida che non intacca il suo essere morbido di sostanza. Corpo pieno e struttura nella norma, armonico e con un infinita persistenza dove è appagante la sapidità che ci riporta alla sua partenza gessosa.
Chiudendo sono tutti champagne di estrema finezza ed eleganza, ma con una bevibilità disarmante in cui diventa impossibile appoggiare il calice.
Consiglio di berli in calici con la base a V e l’imbocco più ampio, in modo da valorizzare sia il perlage che i profumi, ed ad una temperatura di 8°-9°.
Come abbinamento trovano impiego con tutta la gamma di pesci, dai piesci azzurri ai pesci bianchi, dalle preparazioni light a quelle importanti e più grassi. Fantastico con le fritture di gamberi. Così come è un idea meravigliosa degustarne un calice per regalarsi un piacere.
Purtroppo non ho avuto modo di degustarlo con un piatto, ma solo in una degustazione, per cui mi riprometto di riprovarlo in una cena.

Perfetto da consumarsi in una romantica cena a due a lume di candela in riva al mare. Se la cena è di “approccio” la vostra alla vostra lei (o lui) sarà impossibile resistervi e cadrà ai vostri piedi, se è un anniversario la riuscita è garantita. Ricordate che l’abbinamento migliore è condividerne un calice o due con la persona amata, mai come stavolta sarete ricambiati con amore.