mercoledì 27 agosto 2014

Staffolo Does It Better 1° edizione

Il week end del 23 e 24 Agosto si è svolto a Staffolo (An) il primo concorso / convegno di “Staffolo does it better” incentrato sulle versioni di verdicchio prodotte sul territorio comunale di Staffolo.
Agli assaggi, rigorosamente alla cieca per decretare il vino più rappresentativo di un’identità di territorio, hanno partecipato: Roberto Orciani di Non Solo Tappo, Andrea Marchetti di Intravino, Francesco Annibali di Doctor Wine e Raffaello De Crescenzo di Cultura Agroalimentare oltre naturalmente ad il sottoscritto in qualità di Presidente di Aies. Un bel mix di provenienze, con degustatori esperti e conoscitori del territorio e altri provenienti da altre zone con esperienze diverse, come il sottoscritto ed Andrea.
Non mi addentrerò nello specifico degli assaggi, delle varie versioni classiche e superiori e dei relativi punteggi, non avrebbe molto senso, i vini, i profumi, le peculiarità sono abbastanza simili nelle descrizioni globali e non vorrei ridurre il tutto alla mera gara. Non è la mia idea, né quella del Comitato di valorizzazione del Verdicchio che mi ha invitato. Mi soffermerei più volentieri sulle particolarità del verdicchio staffolese.
Chiaramente conoscevo il Verdicchio, ma non nello specifico del territorio ristretto, lo conoscevo per le espressioni che più facilmente varcano i confini provinciali e che più facilmente raggiungono Bologna e i tavoli di appassionati degustatori. Nello specifico avevo idea di Staffolo come espressione più grassa e sapida del mondo dei Verdicchi in quanto la prima collina che si alza dalla costa e quindi più soggetta all’Adriatico alla sua brezza e dai suoi terreni più bassi e dalla mano di vignaioli intraprendenti, estroversi e curiosi come La Staffa e Coroncino. Trovarsi davanti 14 produttori con 14 terroir e 14 stili e che girano attorno alla collina quasi a 360° mi ha un attimo confuso le idee.
Il comune è diviso in 4 microzone, Follonica e Spescia, San Martino e San Francesco, Castellareto e Salmagina e Santa Caterina e anche gli assaggi hanno seguito questo schema. Sinceramente ho trovato difficoltoso trarre un sunto di diversità di queste piccole zone, ho ancora un bagaglio gustativo limitato, era il 1° concorso e il mio primo affondo nel territorio. Ho trovato piacevoli e meritevoli espressioni su tutti questi territori e sia tra i classici che tra i superiori. Questo non perché il terroir non particolarizzi il vino, ma perché va sempre aggiunta quella grande variabile che è il vignaiolo, con la sua conoscenza, la sua idea, la sua storia. Spesso questa variabile è quella che rende carattere, che identifica un vino. Certo questi vini dal forte carattere sono più difficili hanno bisogno di più tempo per esprimersi, non sono vini da concorso, ma sono unici. Questo però è un altro discorso.
Tornando allo specifico della manifestazione, alla fine sono emersi 3 vini di zone differenti a contendersi il podio, il Staffa 2013 de La Staffa, del giovane gagliardo e vulcanico Riccardo Baldi, il Frocco 2012 della Tre Castelli e il Salmagìna 2012 di Sandro Finocchi. Al terzo posto il Verdicchio Classico de La Staffa dall’impatto semplice e godurioso, riflessi verdolini, naso tenue ma fine e morbido, bocca bella coerente ben bilanciata, al secondo posto il verdicchio Classico Superiore Frocco de i Tre Castelli, dal giallo dorato, bel naso di attacco legnoso, molti terziari ma ben dosati, bocca più intensa che persistente, molto fresco e acido, buon corpo col finale ad esaltare la sapidità. Il vincitore, anche se è più coerente dire il più rappresentativo è stato il Salmagìna di Sandro Finocchi, giocato su un naso fresco giovanile e allegro, bocca acida con grande freschezza e sapidità, bel corpo sinuoso scattante da velocista.
Torno a casa con una consapevolezza diversa, come poche volte ho visto nella mia storia degustativa, ho trovato in un territorio di soli 24 Km2, come Staffolo una concentrazione di ben 15 produttori che non si facevano la guerra, anzi si confrontano tra di loro di continuo, ma la cosa più bella è più coinvolgente è stato constatare la loro grande voglia di comunicare col mondo esterno di far gruppo senza liti od invidia, ognuno col suo prodotto e il suo stile. Sedersi a tavola, a giochi finiti, con tutti i produttori che ridono e scherzano tra loro, trovare Riccardo Baldi, 24 enne seduto tra Antonio Colloccini che invece di anni ne ha ben 84 e tra Lucio Canestrari della Fattoria Coroncino è stato di un piacere unico e di un’esperienza difficile da ripetere.
Grazie Staffolo.


Articolo scritto e pubblicato per www.accademiasommeliers.it




lunedì 21 luglio 2014

I miei post su wineblogroll

E' con piacere che comunico l'inizio della collaborazione con: Wineblogroll
ora trovere i miei post anche sul portale www.wineblogroll.com.

mercoledì 16 luglio 2014

Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di Federico Aldrovandi

Sfruttando un’ultima fresca serata ho portato in tavola uno dei vini rossi per me più riusciti sui colli bolognesi. Non è ne un cabernet ne una barbera, ma è un altro vitigno internazione, il Merlot. Certo come ben sapete, di base preferisco degustare vini autoctoni, ma di fronte a queste intermpretazioni mi “sacrifico” volentieri. Il vino in questione è l’Altovanto Merlot Colli Bolognesi Doc 2011 di
Federico Aldrovandi, grande persona, grande conoscitore, grande degustatore e grande amante dei vini d’oltralpe.
L’Altovanto è un merlot in purezza della zona di Monteveglio sulle prime alture dell’appennino, vigne curate in primis da Federico, nella totale anarchia della suo credo. Nessuna certificazione nessuna occlusione mentale, solo l’idea e la voglia di fare un buon vino. Bè, io credo ci sia riuscito.
La bottiglia è la classica bordolese, mentre l’etichetta è rara sintesi di eleganza e fascino con il suo beige chiaro e scritte nere, impreziosite dal nome del vino scritto anche in brail sul retroetichetta.
Alla mescita il colore è un cupo rosso rubino, con qualche riflesso violaceo a ricordare la sua gioventù, mentre il naso è inebriante, fine ed elegante, subito non apertissimo, necessita di qualche roteazione del calice, ma poi si è invasi da profumi di rara finezza ed eleganza. Frutta  rossa matura, quasi sotto spirito, di piccola taglia, come more, ribes, fragoline di bosco, qualche nota verde tipica del merlot, poi tanto terziario a non nascondere la sua infanzia passata in barrique. Nette e franche le sensazioni speziate, sia dolci che piccanti, un elegante susseguirsi di cannella e pepe bianco, tabacco e cuoio, caffè tostato e cacao amaro.
In bocca è sia intenso che persistente, il tannino è ancora agressivo e invadente, ma non scorbutico e arrogante. Le sostanze dure la fanno ancora da padrone, ma il tempo le ammorbidirà rendendolo più beverino. E’ succoso, il frutto è vivo e croccante. La freschezza è intesa a donare sia bevibilità che longevità. La lunga peristenza si riempie di frutto e sapidità dal tratto minerale.
Insomma un grande vino, forse un po’ presto berlo ora, meglio dimenticarlo in cantina per qualche anno. Ma sinceramente non penso di aver fatto uno scempio a stapparlo, è già abbastanza armonioso e equilibrato, chiaramente necessita di un giusto abbinamento gastronomico.
Quest’Altovanto è un bel cavallo di razza muscoloso e vigoroso, un po’ di pazienza e diventerà anche scattante. In questo momento è sicuramente ancora un po’ “duro”, d'altronde il periodo passato in legno è importante, ben 18 mesi, non propriamente un uso cosmetico ma è un uso dosato e voluto e direi centrato sul risultato ottenuto.
Consiglio di degustarlo in ampi calici a ballon per meglio ossigenarlo e di degustarlo ad una temperatura tra i 18 e 20°.
Come abbinamento trova impego con salumi e formaggi  di buona consistenza e stagionatura per quanto riguarda l’antipasto, anche se iniziare con questo calice è un po’ impegnativo.
Coi primi piatti è indicato con paste all’uovo condite con ragù rossi di carne o di selvaggina. Più indicato invece con i secondi piatti, sia carni rosse e nere, sia al forno che alla griglia, brasati compresi.
Io l’ho abbinato ad una succolenta tagliata di manzo alla rucola, abbinamento pressochè perfetto, la succolenza della carne, rigorosamente in cottura blu veniva ben contrastata ed asciugata dalla vigoria del tannino, mentre il corpo del vino spalleggiava a meraviglia con l’intensita del manzo aromatizzato dalla salamoia bolognese.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, questa volta abbinato ad una semplice insalata greca, questa volta il vino si è imposto sovrastando il piatto, anche se il pizzicorio della cipolla tropea e la forte sapidita della feta hanno cercato di lottare fino all’ultimo.

Vino perfetto da essere degustato in una bella cena importante, sia per accomagnare allegre chiacchere che per una più intensa chiaccherata col partner a lume di candela; soprattutto perché l’abbinamento ideale rimane sempre quello di condividerne un calice, meglio due, con la persona amata.

lunedì 23 giugno 2014

Dinavolo 2008 di Denavolo

Tutto iniziò una sera di metà gennaio 2011, fuori nevicava e la neve aveva superato i 40 centimetri, il che a Castel San Pietro non è così usuale. La sera prima un’insolita degustazione di abbinamento eno letterario dall'amico Claudio Driol di Canto 31, mi aveva lasciato sul tavolo una bottiglia aperta di Dinavo, non fu amore a prima vista, ma oggi non posso più fare a meno di bermene una bottiglia di tanto in tanto. Ho usato la parola bere perché questo vino è da bere, non da degustare, va goduto per il piacere che da, non ammirato per la “perfezione”. E’ un vino insolito, certamente non per tutti, ma di un fascino unico che non lascia indifferenti, un po’ come una donna, che non sarà perfetta, non sarà mai una modella, o per un paio di chili in più, o per un dente non allineato, ma che con fascino ed amorevolezza ti fa girare la testa perdutamente. D’altronde le modelle vanno bene per una notte, le donne, quelle vere per tutta la vita. Questo è il Dinavolo.
Ma andiamo con ordine, il Dinavolo bevuto quest’oggi è un vino da tavola nella sua versione 2008 prodotto da Denavolo, l’azienda di proprietà di Jacopo e Giulio Armani, quest’ultimo già ecclettico enologo de La Stoppa, e difatti il Denavolo può essere definito la versione “rustica” dell’Ageno. Non fatevi ingannare dalla definizione di vino da tavola, perché in questo caso non è indice di bassa qualità ma è un vero e proprio suggerimento, è un vino da bersi a tavola, d’altronde dove va bevuto un vino se non a tavola?
Il territorio è la Val di Trebbia, Travo per la precisione in provincia di Piacenza ad un’altezza di 500 mt s.l.m. e le vigne crescono su di un terreno chiaro con molto calcare sciolto e scheletro  e sono condotte in assoluto equilibrio naturalistico con l’assoluta mancanza di chimica. Anche in cantina c’è una grande attenzione, lunga macerazione del mosto sulle bucce (difatti questo vino è un “Orange wine”, di quelli tosti ed estremi) uso dei soli lieviti indigeni assenza di solfiti aggiunti e nessuna chiarifica.
Il Denavolo 2008 è assemblato con percentuali variabili di anno in anno di malvasia di Candia, Ortrugo e marsenne più altre uve locali, tutte per l’appunto vinificate in rosso.
La bottiglia è una borgognotta pesante, non so perché ma i pesi delle bottiglie dei vini naturali o meglio dei vini culturali è sempre maggiore di quelli convenzionali, mentre l’etichetta è in un elegante bianco satinato con scritte altrettanto eleganti in blu.
Alla mescita si è subito straniti, il colore è pazzesco, arancione, arancione davvero, meglio ancora, ambra brillante e luminoso, quasi da passito
Basta mettere il naso nel calice per essere ancor più straniti. Profumi intensi e persistenti, terziari a go go. In partenza è presente anche un po’ di volatile, di sensazioni smaltate, ma qualche roteazione del calice e si perfeziona, profumi di frutta a pasta gialla matura, albicocca e pesca, ma anche di frutta essiccata quasi di fico che non virano al dolce, anzi si indirizzano sul mediterraneo, salvia timo maggiorana, un po’ di rosmarino per poi chiudere nuovamente su iodio e zafferano. Profumi che comunque sono molto dinamici cambiando e continuando a cambiare nel tempo. Alche in bocca lascia straniti, la sensazione è di un vino intenso e persistente, particolarmente asciutto, asciugato da un tannino molto evidente e presente, contrastato da un’inebriante acidità ben integrata. Notevole anche la sapidità che è un vero è proprio mix di minerale e salinità, mentre il corpo è si possente ma non potente, alleggerito da un ottima beva, ma quel che più sorprende è l’altissima personalità ed il forte carattere. Difficile definirlo morbido, in questo momento, a  sei anni dalla vendemmia è ancora spostato sulle sostanze dure, il tempo lo ammorbidirà. Certo, è un vino difficile, una sorta di ritorno alle origini, ma di sicuro appagamento anche per la sua evidente succosità. In poche parole un vino che ricorda da vicino quello del contadino di tanti anni fa, ma prodotto con l’integrazione delle conoscenze attuali. Conoscenze che non modificiano il risultato finale, per una volta davvero la sola somma del territorio più il vitigno più l’annata più l’abilità umana.
 Consiglio di degustare il Dinavolo in api calici a tulipano, ed ad una temperatura di cantina, 14° 15° gradi, non meno, per non rendere aggressivo il tannino e per armonizzarlo nei profumi.
Difficile l’abbinamento, in quanto la particolarità del vino richiede cibi particolari, fagiano, oca e anatra, ma anche rane in umido e soprattutto anguilla ai ferri. Perfetto anche con formaggi di media stagionatura e di capra o misti, è indicato anche da bersi da solo dopo cena sorseggiandolo piano quasi fosse un whiskey.
Io l’ho abbinato ad una tagliata di petto d’anatra al forno, abbinamento che mi ha soddisfatto appieno il mix di tannino e di acidità contrastava bene la succosità della carne e il corpo del vino era appropriato all’intensità della carne d’anatra.
Regge meravigliosamente il calice del giorno dopo, anzi forse ancor meglio, la lunga apertura si addice a questa tipologia di vini, rendendoli ancor più gradevoli. In questo caso l’ho abbinato al “resto” dell’anatra cotta però al forno.
Vino ideale da bersi con amici appassionati di vini ed in grado di apprezzare le caratteristiche insolite ed affascianti di questo vino, non nato per piacere ma per dare piacere.

L’abbinamento migliore rimane però quello di condividerne un calice o due con la persona amata 

venerdì 6 giugno 2014

Champagne Encry

L’altra sera ho partecipato ad una interessantissima degustazione organizzata da un amico, ancor prima che degustatore e delegato dell’Onav Bologna, Davide Gallia. La serata aveva lo scopo di presentare la maison di Champagne Encry. Maison di assoluto interesse per diversi motivi, che ora vi elencherò in ordine sparso. Trattasi di uno champagne Gran Cru, e sono solo 17 i comuni a fregiarsi di tale denominazione, la zona è confinante con Krug e Salon, la proprietà si occupa in prima persona di tutto il processo di produzione dalla vigna alla cantina, cioè i récolants manipulants, infine è di proprietà di una famiglia italiana, cosa non da poco in terra francese.
La zona invece è quella stratosferica de Le Mesnil Sur Oger nel cuore della Cotê de Blanc, nella sua parte alta in piena zona Gran Cru, ricca di gesso che dona carattere personalità e peculiarità uniche.
Queste nozioni sono state spiegate direttamente dal titolare Enrico Baldin che con bravura e simpatia ha trasformato questa degustazione in una sorta di visita in azienda. Durante la presentazione ci ha anche illustrato il suo intento di contenere gli interventi in vigna e la sua conversione al biodinamico, parola che in me accende una lampadina, pur considerando l'estremizzazzione dello champagne che è e rimame un vino prodotto alle soglie del 50esimo paralelo e fra produttori che di bio o altro non ne vogliono neppure sentir parlare.
A queste prime premesse aggiungiamo, la caparbietà, l’ottusità, insistenza oltre alla grande bravura di Enrico Baldin che ha
fatto sì che questo marchio che produce appena 30.000 bottiglie (una briciola di fronte alle più di 300.000.000 prodotte nell’intera zona) siano comunque degne di nota e di sicuro interesse.
Diversamente dal solito dalle mie recensioni, parlerò stavolta in generale di tutta la produzione dell’azienda, entrando nel merito delle rispettive etichette.
Filo conduttore dell’azienda è un’estrema raffinatezza di fondo, finezza ed eleganza sono un denominatore comune,. Così come la netta sensazione che ci troviamo di fronte ad una produzione che fa dell’eleganza la sua arma migliore, seppur con nette differenze tra i vari prodotti. In poche parole come se l’intera produzione di Encry sia un bellissimo vestito a festa, quelli che si indossano per i matrimoni, con tutte le “cosine” al posto giusto, camicia e pantaloni perfettamente stirati, camicia che profuma di lavato e cravatta con nodo impeccabile. Questo almeno fino a che non ho assaggiato il Zéro Dosage, dove era evidente e appagante la cravatta allentata e la camicia molto più sborsata… insomma oltre all’eleganza si percepiva personalità e comodità… insomma pensate al momento che dopo una giornata passata con cravatta arriva il momento di allentarla… questo era il Zéro Dosage.
Ovviamente è molto percettibile il netto inseguire un risultato, la costruzione di questi champagne, a tratti il tecnicismo è chiaro e netto. D'altronde come non potrebbe esserlo? Lo champagne è per natura un vino costruito, solo l’abilità e la tecnica umana sanno donare le bollicine a questo nettare.
Ma andiamo con ordine, le bottiglie erano champagnotte con un etichetta nera finissima e molto elegante, che donano pregio ed importanza alla bottiglia stessa.
Il primo assaggio era il Gran Cuvèe Brut, un 36 mesi di chardonnay in purezza, con un aggiunta di un 5% di liquore di tirage. Colore giallo paglierino tenue, con riflessi verdolini e perlage molto importante ma di grana fine ed estremamente gradevole. Al naso le note tostate prevalevano su tutto, nocciole, arachidi, l’immancabile crosta di pane sono nette e franche, così come le successive note agrumate. In bocca è scattante, avvolgente, più intenso che persistente, ma estremamente morbido. Interessantissima la parte minerale al limite del gessoso che impreziosivano la beva caratterizzata dalla bellissima sapidità di tratto minerale.
Queste caratteristiche le ritroviamo nel Gran Rosè Prestige, dove alla stessa metologia di produzione viene sostituito un 5% di chardonnay con del Pinot Nero scelto nella ricercata Bouzy. Questa piccola percentuale è sufficiente per caratterizzare il vino, che vira in note più fruttate di frutta piccola a pasta rossa, che donano anche un bellissimo colore rosa tenue. Anch’esso intenso, leggermente più persistente con una buonissima sapidità percettibile nella sua pienezza di un acidità che dona carattere pur rimando nell’eleganza generale di tutta la beva.
Per terzo vino abbiamo assaggiato quello che per me è stato il re della serata, il Zéro Dosage, anche questo chardonnay in purezza con 36 mesi di permanenza sui lieviti. Colore bellissimo, giallo paglierino intenso, brillante con un perlage continuo di infinite bollicine di bellissima fattura. Naso inteso e persistente che gioca sulle note tostate, floreali che vira in chiusura sull’agrumato dove è netto è franca la sensazione citrina di un cedro in fase di maturazione. In bocca risulta più inteso e più persistente dei precedenti, dai tratti quasi duri e dall’acidità tagliente e verticale. Una bocca di assoluto appagamento, dove l’equilibrio insabile delle sostanze dure, acidità, sapidità sé quai perfetto, l’eleganza e la finezza sono un passo indietro ai precedenti, ma non per questo assenti. Praticamtne la sensazione di un bellissimo vestito da matrimonio, ma reso ancor più comodo ed affasciante dalla cravatta allentata, dalla camicia eccessivamente sborsata e dalla barba incolta. In poche parole un vino di estremo appagamento fisico ed estetico, dalla beva intesa ed appagante che non ti stanchi mai di bere e di appoggiare il calice. Un vino che rasenta i 90 centesimi.
Abbiamo chiuso con una mini verticale di due millessimati sempre di chardonnay in purezza, ma questa volta di 60 meri si permaneza sui lieviti. Il Millésime 2005 era da subito leggermente chiuso, con le tipiche note lievitose non apparicenti, ma dopo qualche minuto si apriva e regalava piacevolezza e finezza. Morbido ed avvolgente, seppur con una discreta acidità che lo rendeva estremamente fresco e scattante.
Il Millésime 2004 che ha chiuso la bella degustazione risaliva ai livelli del Dosage Zerò, strepitosamente bello, naso freschissimo nonostate i 10 anni alle spalle, molto intenso e persistente, giocato sulle note agrumate e di lievito. Anche la bocca è coerente col naso, risultando molto intensa e persitente. Freschezza sostenuta da una bellissima spalla acida che non intacca il suo essere morbido di sostanza. Corpo pieno e struttura nella norma, armonico e con un infinita persistenza dove è appagante la sapidità che ci riporta alla sua partenza gessosa.
Chiudendo sono tutti champagne di estrema finezza ed eleganza, ma con una bevibilità disarmante in cui diventa impossibile appoggiare il calice.
Consiglio di berli in calici con la base a V e l’imbocco più ampio, in modo da valorizzare sia il perlage che i profumi, ed ad una temperatura di 8°-9°.
Come abbinamento trovano impiego con tutta la gamma di pesci, dai piesci azzurri ai pesci bianchi, dalle preparazioni light a quelle importanti e più grassi. Fantastico con le fritture di gamberi. Così come è un idea meravigliosa degustarne un calice per regalarsi un piacere.
Purtroppo non ho avuto modo di degustarlo con un piatto, ma solo in una degustazione, per cui mi riprometto di riprovarlo in una cena.

Perfetto da consumarsi in una romantica cena a due a lume di candela in riva al mare. Se la cena è di “approccio” la vostra alla vostra lei (o lui) sarà impossibile resistervi e cadrà ai vostri piedi, se è un anniversario la riuscita è garantita. Ricordate che l’abbinamento migliore è condividerne un calice o due con la persona amata, mai come stavolta sarete ricambiati con amore.

sabato 31 maggio 2014

Rucantù 2008 Pigato DOC di Selvadolce

Non sempre i vini si scelgono per conoscenza, non sempre si scelgono per tipologia e non sempre si scelgono per il prezzo, qualche volta si scelgono perché te li consiglia un’enoteca e se butti l’occhio sull’etichetta ti risulta impossibile non comprarla, anche se il prezzo è leggermente sopra media. Anche in quest’ultimo caso c’è un perché, e questo perché lo scopriremo durante l’articolo.
Il vino in questione è il RUCANTU’ 2008 Riviera Ligure di Ponente Pigato DOC di Selvadolce mi è stato consigliato dal buon Diego dell’enoteca Le Lune di Imola, dopo aver portato a casa la bottiglia inizio a documentarmi dal momento che non conoscevo né il vino ne l’Azienda.
Azienda con due lustri di storia alle spalle, cioè da quando Aris Blancardi inizia la conversione dell’Azienda floricola di famiglia in Azienda vinicola. Da subito, confrontandosi con altri vigneron e studiando approfonditamente vira nel biodinamico per convinzione e converte l’intera proprietà seguendo il modello ideato da Rudolf Steiner. La zona di produzione è Bordighera, estremo ovest ligure a pochi passi dalla Francia, i vigneti sono quasi quarantenni e sono terrazzati sullo splendido mare, tra le rocce invece spuntano ancora molte buganvillee. L’esposizione è a sud e per il vigneto che dà origine a questo Rucantù e nell’immediatezza della proprietà e da il nome per l’appunto all’intera Azienda il Selva Dolce, è situato a 170 mt s.l.m. con suolo franco argilloso e calcareo, vigneto spesso invaso da forti venti di maestrale tali da rompere anche i fili di sostegno d’acciaio.
La bottiglia è la classica bordolese in verde scuro, mentre, come dicevamo, l’etichetta principale è una vera e propria opera d’arte. Nessuna scritta, nessun simbolo, solo 3 etichette separate e colorate in bel tratto che donano forza e valore unendo arte e simpatia. Tutte le informazioni sul vino sono rilegate nell’etichetta sul retro.
Alla mescita si evince un giallo dorato carico, fin da subito è evidente il suo appartenere ai macerati, ai cosiddetti orange wine. Cosa per altro molto evidente non appena porto il calice al naso in quanto vengo invaso da profumi tipici di questa tipologia di vini atta a estrarre molti profumi. Difatti il Rucantù è un Pigato in purezza vinificato con una macerazione sulle bucce e una fermentazione sulle fecce fini in barrique. Il naso è subito chiuso, ma bastano pochi colpi di roteazione del calice per essere invasi da profumi intensi e persistenti. La prima sensazione che penso è: questo vino sa di mare! La macchia mediterranea è franca e netta, poi arriva l’agrumato del fruttato per virare in chiusura con lo speziato, le note riconoscibili sono tantissime segno dia buona evoluzione, salvia, timo, maggiorana, menta, tiglio, calla, scorza d’arancio, miele, tanto zafferano. Profumi che sono molto fini e altrettanto eleganti.
Anche la bocca è coerente con il naso, infatti le sensazioni meditettarenee sono nettissime. La forte acidità e altrettanto forte sapidità di estrazione salino, vengono equilibrate da un minimo di tannicità ottenuto dalla macerazione e dal buon grado alcolico. Intenso nella fase d’ingresso, poi scattante e avvolgente per finire con una lunghezza gustativa di assoluto interesse che chiude con il tostato della mandorla. Secco ed abbastanza morbido, buon corpo e struttura, equilibrato ed armonico fa dell’alta bevibilità il suo pregio maggiore. Praticamente impossibile degustarne solo un calice.
Consiglio di degustarlo ad una temperatura di 12° 14° gradi ed in calici a tulipano di media grandezza.
Perfetto da abbinare a piatti ricchi di estrazione marittima, anche in preparazioni grasse come zuppe o pesci al cartoccio. Anche con i crostacei l’abbinamento è appropriato.
Con le carni trova l’abbinamento con arrosti di tacchino, coniglio ed anche con selvaggina da penna come faraone, anatre e fagiani. Perfetto anche da consumarsi fuori pasto per regalare e regalarsi un piccolo piacere.
Io personalmente l’ho abbinato ad una tagliata di petto d’anatra al succo d’arancia, abbinamento che si è rilevato azzeccato in quanto l’acidità del vino contrastava bene la grassezza del petto e il corpo del vino non surclassava quella della carne.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, in quanto l’ossigenazione aiuta ad completare ancor di più il vino, donando un corredo olfattivo ancor più importante ed evoluto. In questo caso l’ho abbinato ad un petto di pollo alla griglia, abbinamento in cui il vino ha soppiantato nettamente il piatto, mentre meglio l’abbinamento con il quadretto di torta pasqualina a chiusura del pasto.
Vino ideale da consumarmi durante una cena tra amici appassionati di vino e durante un importante cena lavorativa dove nulla può essere lasciato al caso.
L’abbinamento migliore rimane sempre quello di condividere una calice o due con la o le persone amate.


sabato 10 maggio 2014

Pignoletto Frizzante 2013 del Monticino DOC Colli Bolognesi

La bella stagione è alle porte, il caldo si inizia a far sentire e di pari passo i vini si alleggeriscono, si snelliscono e diventano più easy. Questo non vuol certo dire che sono meno buoni, anzi, per chi come me apprezza le bollicine e gli autoctoni, trova ampio godimento. La Pasqua appena passata mi ha lasciato un ultimo sacchetto di tortellini di Donna Flora (mia mamma, ndr) quale occasione migliore che non stappare un pignoletto frizzante? Molti miei “colleghi” appassionati di vino, disdegnano il pignoletto, ancor di più se frizzante. Chissa poi perché! Io non ho puzze sotto il naso, non credo di tirarmela enologicamente, e apprezzo il pignoletto, pure frizzante, mica sempre si può bere un Chateou Picopallino. Con la bella stagione, e coi tortellini io un calice di pignoletto me lo godo, eccome! Per questa mia nuova recensione, ho stappato un Pignoletto Frizzante 2013 del Monticino DOC Colli Bolognesi. L’azienda relativamente nuova, opera a Zola Predosa, primo hinterland bolognese da quasi 15 anni ed è gestita dalla famiglia Morandi, prima con Ruggero, ora col vulcanico figlio Giacomo. 12 sono gli ettari coltivati, tutti seguendo il progetto Magis, il primo e più avanzato progetto per la sostenibilità della produzione del vino in Italia. Si coltivano l’autoctono Pignoletto, il quasi autoctono barbera ed a completare la gamma Sauvignon, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, e per il passito la Malvasia di Candia.
La bottiglia è la nuova ed originale che il Consorzio dei Colli Bolognesi ha scelto per il pignoletto frizzante nel 2011, sormontata da una moderna e bella etichetta verde e grigia in cui è riportato il simbolo dell’azienda, una M stilizzata, che sta per Il Monticino e Morandi oltre a disegnare il cucuzzolo in cui sorge la cantina.
Alla mescita il colore è un giallo paglierino tenue e scarico, con ampi riflessi verdolini, a ricordare la gioventù di questo 2013, sottile e persistente il perlage che forma una gradevole spuma in superficie.
Al naso è floreale e fruttato, fine ed elegante. Profumi freschi che risultano più intensi che persistenti. In apertura qualche nota da lievito è evidente e riconoscibile nella classica crosta di pane, ma grazie alle bollicine che portano in superficie gli altri profumi si possono riconoscere con franchezza il floreale fresco e pungente del biancospino, dei fiori bianchi di campo. Subito dopo si riconoscono le note fruttate di una frutta soda e non troppo matura, come la classicissima pera e mela e anche della pesca noce a pasta bianca. In bocca l’ingresso è subito intenso e quasi dolce, sensazione che sparisce subito lasciando una sensazione secco amarognola. Risulta fine ed elegante, con una buona acidità e sapidità, che però lasciano una morbidezza intrinseca che lo rende molto armonico. Secco di zuccheri, seppur con un discreto residuo zuccherino, sufficientemente caldo di alcol, come da tipologia, così come il corpo e la struttura. Buona come dicevamo l’acidità che rende molto facile e snella la beva, rendendo molto complicato poggiare il calice. Ottima l’intensità così come la persistenza gustativa dove si apprezza una gradevole sapidità che porta alla classica chiusura amarognola che ben contrasta il residuo zuccherino.
In poche parole un ottimo pignoletto frizzante, con chiara impronta moderna e giovanile, che fa della giovialità il suo punto di forza, rispecchiando in tutto e per tutto l’essere bolognese.
Consiglio di berlo in calici a forma di tulipano non troppo pronunciato ed ad una temperatura di 7-8°.
Io l’ho abbinato come da intro con un ottimo piatto di tortellini rigorosamente in brodo di cappone, e si è trattato di un buon abbinamento, sia per tradizione che organiletticamente, il grasso del brodo veniva bilanciato dall’acidità di questo pignoletto.
Regge molto bene anche il calice del giorno dopo, dove mantiene alto sia il perlage che il piacere gustativo complessivo, quest’ultima parte di bottiglia l’ho abbinato ad un petto di pollo alla griglia, abbinamento tutto sommato buono che sfruttava la leggerezza del pollo.
Altri buoni abbinamenti sono quelli con gli antipasti a base di torte di verdura e di salumi affettati sottili e tutti quei finger food più o meno elaborati che troviamo in giro per locali all’ora dell’aperitivo.
Primi piatti a base di paste sia in brodo che asciutte, quest’ultime con verdure croccanti.
Perfetto anche con quasi tutta la gamma ittica, specialmente le fritture, anche di gamberi, ed il mitico spaghetto alle vongole.  
Ideale da consumarsi nel pasto familiare domenicale, così come in un’allegra cena tra amici, dove l’allegria è il buon vino non possono mancare e da degustarsi rilassandosi sulla sdraio in terrazza al rientro da una dura giornata di lavoro.
L’abbinamento migliore rimane quello di condividere un calice o due con la persona amata, questa volta lo / la sorprenderete con l’allegria e giovialità.

Se mi permettete un ultimo consiglio, se andate a fere gli aperitivi in centro, così come in periferia e in spiaggia smettete di chiedere un prosecco… chiedete un Pignoletto frizzante, se de Il Monticino ancor meglio.