sabato 5 aprile 2014

Ograde 2010 v.d.t Skerk

Fino a qualche tempo fa, credevo che esistessero vini bianchi, vini rossi e vini rosati. Questi ultimi, almeno in Italia non frutto di un mix bianco e rosso, ma frutto da una vinificazione in bianco di uva rossa. Poi un giorno… ho scoperto l’Ageno, e mi si è aperto un mondo. Il mondo è quello degli orange wine, ovvero i macerati. Vini dal colore giallo intenso quasi arancione ottenuto da una vinificazione in rosso di uve bianche. Quest’oggi assaggeremo proprio un macerato, l’Ograde di Skerk. Il terroir invece è quello del Carso, da sempre isola vinicola felice del Friuli Venezia Giulia a pochi chilometri dal confine sloveno in quel di Preopotto. Il fantastico microclima che si trova in questa zona è unico, il mix tra altitudine e vicinanza dal mare, tra terreni carsici e la bora che asciuga l’uva e dalla grande escursione termica tra il giorno e la notte, crea da sempre vini intensi, particolari e affascianti. Aggiungiamo la grande passione che la famiglia Skerk trasmette ai suoi vini attraverso il grande rispetto della vigna, protetta da solo rame e zolfo, e l’altrettanta attenzione in cantina, dove sono bandite chiarifiche filtrazioni e altre “mutazioni” fanno si che i vini acquistino personalità e carattere. Inutile sottolineare che questa scelta è vincente, non si può macerare il mosto sulle bucce se queste ultime sono ricoperte da più pesticidi o prodotti similari.
I’Ograde 2010 è un vino da tavola, ottenuto da uve Vitoska al 40%, Malvasia Istriana 30%, Sauvignon 20% e l’ultimo 10% è riservato al Pinot Grigio.
La bottiglia è la classica bordolese scura con etichetta bianca, in alto il nome del vino, in basso il nome dell’azienda, mentre al centro il logo aziendale raffigurante alcuni acini di uva. Alla mescita il colore è un giallo dorato abbastanza carico con riflessi opachi a trasmettere subito il suo non essere filtrato pur non essendo velato. Il naso è fantastico, un pot-pourri di emozioni che si susseguono. Profumi morbidi, al limite del dolce molto intensi e molto persistenti. Profumi freschi e duraturi di una frutta esotica croccante, mango papaya e ananas, pesca noce e susina bianca si complementano a meraviglia, qualche nota floreale di ginestra, orchidea e calla, ma a farla da padrone sono le intriganti note balsamiche. Timo, menta, curcuma si alternano che è un piacere, ed in chiusura si evincono note di albicocca, miele ed una vaga panna montata. Minuto per minuto il vino cambia si trasforma si evolve che è un piacere.
In bocca risulta molto intenso ma ancor più persistente. Secco di zuccheri, moderatamente alcolico, il 13% dichiarato non è così evidente, una bella trama tannica tipica dei macerati si integra alla perfezione con la grandissima acidità che ancora ha questo Ograde nonostante i 4 anni alle spalle. Ottima la sapidità di spiccata salinità marina che impreziosisce la grandissima bevibilità. È praticamente impossibile poggiare il bicchiere sul tavolo e smettere di assaggiarlo, ed ogni assaggio è sempre diverso al precedente rendendo intrigante la bevuta. Corpo e struttura adeguati alla tipologia lo rendono tutto sommato morbido. Certo una morbidezza ottenuta da una media alta di “squilibri” duri e morbidi, ma dovuti soprattutto alla gioventu. Fine ed elaegante nel complesso rendono questa bottiglia una degustazione non banale, intensa e soprattutto di carattere.
Consiglio di berlo intorno ai 12 – 14° ed in calici dalla tipica forma a tulipano come da foto.
Come abbinamento è un vino molto versatile adatto ad un intero pasto, partendo da antipasti ci salumi o pesce, primi piatti a base di pesce e verdure e alcuni ragù di selvaggina da piuma, mentre tra i secondi trova il giusto impiego con coniglio al forno, cacciagione da piuma quali, tagliata di petto d’anatra, ma anche tutta la gamma di pesce, bianco e azzurro. In questo caso soprattutto con preparazioni elaborate e anche leggermente grasse. Perfetto anche da bersi da solo, dopo cena, per apprezzare un piacere della vita o come calice da meditazione.
Io l’ho abbinato a delle alici marinate e ad una faraona al forno con patate. L’abbinamento mi ha soddisfatto in entrambe le portate, la sapidità del vino si sposava alla perfezione a quella fresca delle alici, mentre l’acidità ed il corpo erano perfetti con il sapore forte della faraona. Nel calice del giorno dopo i profumi calano un po’, mentre sempre intrigante rimane la bocca. Anche in questo caso l’ho abbinato con quel che restava della faraona.
Bottiglia perfetta da consumarsi a cena con amici appassionati di vino, essendo comunque un vino difficile, ma non impossibile, sicuramente un vino che fa della particolarità e del carattere la sua arma vincente.

L’abbinamento migliore rimane però quello di condividerne un calice con la persona amata.